lunedì 18 aprile 2011

Scopriamo Santa Maria Faustina Kowalska - Dodicesimo appuntamento

  Torniamo ad approfondire la figura di Santa Faustina Kowalska, nota come l'Apostola della Divina Misericordia. Oggi vediamo ancora un momento di profondo turbamento che colpisce Santa Faustina: questo turbamento è molto brutto perchè nasce dalla sensazione dell'allontanamento di Dio. Ogni anima, infatti, è stata creata per essere in Dio e per sentirne la "sete" ogni qualvolta si allontanasse da Lui. E così accade che Dio mette alla prova la nostra fedeltà nascondendosi da noi: allora ci sentiamo persi e rischiamo di allontanarci dalla retta via se non confidiamo sempre e comunque nell'Altissimo. Infatti, è semplice restare vicino a Dio quando Egli si fa sentire, ma è difficile restar vicino a Lui quando si nasconde alla nostra presenza. Questo è un pò ciò che è accaduto a Santa Faustina la quale è stata maggiormente provata per via dei grandi benefici che le sono stati accordati. In questo modo, Gesù ha provato la totale fedeltà della sua apostola e subita l'ha inondata di amore, di protezione e di misericordia. Lo stesso avviene anche con noi: ci possono essere momenti di grande turbamento, ma l'importante è non smettere mai di confidare in Gesù perchè, prima o poi, Egli si fa sentire e ci consola dandoci refrigerio e pace.
Tutto questo ci fa anche comprendere il vero tormento delle anime dannate: infatti, la dannazione eterna comporta un vivere eternamente lontani da Dio e questo è un tormento indicibile a cui non vi è fine: infatti, a noi è concesso il refrigerio, ma alle anime nell'Inferno non è concesso alcun refrigerio.
Leggiamo, dunque, questa pagina del Diario di Santa Faustina che ci mostra anche un particolare segno profetico legato alla fine dei tempi:

TENEBRE E TENTAZIONI

La mia mente era stranamente ottenebrata; nessuna verità mi sembrava chiara. Quando mi parlavano di Dio, il mio cuore era come un sasso. Non riuscivo a trarre dal cuore nemmeno un sentimento d'amore per Lui. Quando con uno sforzo della volontà cercavo di stare vicino al Signore, provavo gravissimi tormenti e mi sembrava con ciò di spingere Iddio ad un'ira ancora maggiore. Non ero assolutamente in grado di meditare, com'ero solita fare in precedenza. Sentivo un grande vuoto nell'anima e non riuscivo a riempirlo con nulla. Cominciai a soffrire la fame e la nostalgia di Dio, ma constatavo la mia completa impotenza. Provai a leggere adagio, frase dopo frase, ed a meditare in quel modo, ma anche questo fu inutile; non capivo niente di quello che leggevo. Davanti agli occhi della mia anima c'era continuamente tutto l'abisso della mia miseria. Quando andavo in cappella per qualche pratica di pietà, provavo ancora maggiori tormenti e tentazioni. Talvolta per tutta la durata della S. Messa lottavo con pensieri blasfemi, che premevano per giungere alle mie labbra. Provavo avversione per i santi Sacramenti. Mi sembrava di non ricavare alcuno dei benefici che i santi Sacramenti procurano. Mi accostavo ad essi solo per obbedire al confessore e questa cieca obbedienza era per me l’unica via attraverso la quale dovevo procedere e la mia àncora di salvezza. Quando un sacerdote mi spiegò che queste sono prove mandate da Dio e che « nello stato in cui sei, non solo non offendi Dio, ma Gli sei molto gradita; questo è un segno che Iddio ti ama immensamente e che ha molta fiducia in te, dato che ti visita con queste prove », queste parole però non mi diedero alcun conforto; mi sembrava anzi che non si riferissero affatto a me. Una cosa mi stupiva. Talvolta capitava, quando soffrivo tremendamente, che, nel momento in cui mi avvicinavo alla santa confessione, cessavano all'improvviso quei terribili tormenti; ma appena mi allontanavo dalla grata, tutti quei tormenti si abbattevano su di me con un accanimento ancora maggiore. Allora cadevo con la faccia a terra davanti al SS.mo Sacramento e ripetevo queste parole: « Anche se mi uccidessi, io confiderò in Te. Mi sembrava di morire per quelle sofferenze. Il pensiero che mi tormentava di più era quello di essere respinta da Dio. E poi seguivano altri pensieri: A che scopo impegnarmi per la virtù e le buone azioni? Perché mortificarsi e annientarsi? Perché emettere i voti? Perché pregare? Perché sacrificarsi e annientarsi? Perché far di sé un olocausto ad ogni passo? Con che vantaggio, se sono già respinta da Dio? A che pro questi sforzi? E qui Dio solo sa quello che avveniva nel mio cuore. In un momento in cui ero tremendamente schiacciata da queste sofferenze, andai in cappella e dissi dal profondo dell'amma queste parole: « Fa' di me, o Gesù, quello che Ti piace. Io Ti adorerò ovunque. E avvenga in me tutta la Tua volontà, o Signore e Dio mio, e io glorificherò la Tua infinita Misericordia ». In seguito a quest'atto di sottomissione cessarono quei terribili tormenti. All'improvviso vidi Gesù, che mi disse: « Io sono sempre nel tuo cuore ». Una gioia indicibile inondò la mia anima e la riempì di tanto amor di Dio, che infiammò il mio povero cuore. Vedo che Iddio non permette mai prove al di sopra di quello che possiamo sopportare. Oh! non mi spavento affatto: se manda all'anima grandi tribolazioni, la sostiene con una grazia ancora più grande, sebbene noi non la notiamo. Un solo atto di fiducia in quei momenti, dà più gloria a Dio che molte ore passate nel godimento di consolazioni durante la preghiera. Ora vedo che, se Dio vuole tenere un'anima nelle tenebre, nessun libro né alcun confessore riuscirà ad illuminarla. O Maria, Madre e Signora mia, affido a Te la mia anima ed il mio corpo, la mia vita e la mia morte e ciò che verrà dopo. Metto tutto nelle Tue mani. O Madre mia, copri col Tuo manto verginale la mia anima e concedimi la grazia della purezza del cuore, dell'anima e del corpo e difendimi con la Tua potenza da tutti i nemici e soprattutto da quelli che nascondono la loro malvagità sotto la maschera della virtù. O splendido Giglio, Tu sei il mio specchio, o Madre mia. O Gesù, divino Prigioniero d'amore, quando rifletto sul Tuo amore e sul Tuo annientamento per me, i sensi mi vengono meno. Nascondi la Tua incomprensibile maestà e Ti abbassi fino a me miserabile. O Re della gloria, sebbene Tu nasconda la Tua bellezza, tuttavia lo sguardo della mia anima squarcia il velo. Vedo i cori degli angeli, che incessantemente Ti rendono onore e tutte le Potenze del cielo, che incessantemente Ti adorano ed incessantemente proclamano: Santo, Santo, Santo. Oh, chi mal potrà comprendere il Tuo amore e la Tua insondabile Misericordia verso di noi? O Prigioniero d'amore, chiudo il mio povero cuore in questo tabernacolo, perché Ti adori incessantemente, giorno e notte. Non conosco impedimenti in questa adorazione e, anche se sarò fisicamente lontana, il mio cuore è sempre con Te. Niente può costituire un ostacolo al mio amore verso di Te. Non esistono impedimenti per me. O Gesù mio, Ti consolerò per tutte le ingratitudini, per le bestemmie, per la tiepidezza, per l'odio dei senza-dio, per i sacrilegi. O Gesù, desidero ardere come vittima pura e consumata davanti al trono del Tuo nascondimento. T'imploro incessantemente per i peccatori agonizzanti. O Santissima Trinità, Indivisibile, unico Dio, sii benedetta per questo grande dono e testamento di misericordia! O Gesù mio, in riparazione delle bestemmie, tacerò quando sarò rimproverata ingiustamente, per ricompensarTi in questo modo almeno in piccola parte. Innalzo a te nella mia anima un inno incessante e questo nessuno lo immagina, né lo comprende. Il canto della mia anima è noto soltanto a Te, o mio Creatore e Signore. Non mi lascerò assorbire dalla frenesia del lavoro fino al punto di dimenticarmi di Dio Tutti i momenti liberi li passerò ai piedi del Maestro nascosto nei SS.mo Sacramento. È Lui che m'istruisce fin dai miei più teneri anni. «Scrivi questo: prima di venire come Giudice giusto, vengo come Re di Misericordia. Prima che giunga il giorno della giustizia, sarà dato agli uomini questo segno in cielo: si spegnerà ogni luce in cielo e ci sarà una grande oscurità su tutta la terra. Allora apparirà in cielo il segno della Croce e dai fori, dove furono inchiodati i piedi e le mani del Salvatore, usciranno grandi luci che per qualche tempo illumineranno la terra. Ciò avverrà poco tempo prima dell'ultimo giorno». O Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù, come sorgente di Misericordia per noi, confido in Te.

domenica 17 aprile 2011

Scoprire la Sacra Liturgia - Mediator Dei - Ventiduesima parte

Continuiamo ad indagare la bellezza della Sacra Liturgia, nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte, attraverso le parole dell'Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII. Continua a l'approfondimento della seconda parte dell'Enciclica, dedicata al Culto Eucaristico: oggi continuiamo a meditare i misteri del Signore che la Chiesa celebra in ogni anno liturgico, soffermandoci sulla Pentecoste:

Parte II.
 Il Culto Eucaristico  

Pentecoste

Nel tempo di Pentecoste, finalmente, la Chiesa ci esorta con i suoi precetti e la sua opera, ad offrirci docilmente all'azione dello Spirito Santo, il quale vuole accendere i nostri cuori di divina carità, perché progrediamo ogni giorno nella virtù con impegno maggiore, e così ci santifichiamo, come Cristo Signore e il suo Padre celeste sono santi.

Tutto l'anno liturgico, dunque, può dirsi un magnifico inno di lode che la famiglia cristiana indirizza al Padre celeste per mezzo di Gesù eterno suo mediatore; ma richiede da noi anche uno studio diligente e bene ordinato per conoscere e lodare sempre più il nostro Redentore; uno sforzo intenso ed efficace, un indefesso addestramento per imitare i suoi misteri, per entrare volontariamente nella via dei suoi dolori, e per partecipare finalmente alla sua gloria ed alla sua eterna beatitudine.

Da quanto è stato esposto appare chiaramente, Venerabili Fratelli, quanto siano lontani dal vero e genuino concetto della Liturgia quegli scrittori moderni, i quali, ingannati da una pretesa più alta disciplina mistica, osano affermare che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo «pneumatico e glorificato»; e non dubitano di asserire che nella pietà dei fedeli si sarebbe verificato un mutamento, per cui il Cristo è stato quasi detronizzato, con l'occultamento del Cristo glorificato che vive e regna nei secoli dei secoli e siede alla destra del Padre, mentre al suo posto è subentrato il Cristo della vita terrena. Alcuni, perciò, arrivano fino al punto di voler rimuovere dalle chiese le immagini del Divin Redentore che soffre in Croce.

Ma queste false opinioni sono del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale. «Credi nel Cristo nato in carne - così Sant'Agostino - e arriverai al Cristo nato da Dio, Dio presso Dio». La sacra Liturgia, poi, ci propone tutto Cristo, nei vari aspetti della sua vita: il Cristo, cioè, che è Verbo dell'Eterno Padre, che nasce dalla Vergine Madre di Dio, che ci insegna la verità, che sana gli infermi, che consola gli afflitti, che soffre, che muore; che, infine, risorge trionfando sulla morte, che, regnando nella gloria del cielo, ci invia lo Spirito Paraclito, che vive sempre nella sua Chiesa: «Gesù Cristo ieri ed oggi: Egli è anche nei secoli».

E inoltre non ce lo presenta soltanto come un esempio da imitare, ma anche come un maestro da ascoltare, un pastore da seguire, come mediatore della nostra salvezza, principio della nostra santità, e Mistico Capo di cui siamo membra, viventi della sua stessa vita.

E siccome i suoi acerbi dolori costituiscono il mistero principale da cui proviene la nostra salvezza, è secondo le esigenze della fede cattolica porre ciò nella sua massima luce, poiché esso è come il centro del culto divino, essendone il Sacrificio Eucaristico la quotidiana rappresentazione e rinnovazione, ed essendo tutti i Sacramenti congiunti con strettissimo vincolo alla Croce.

Perciò l'anno liturgico, che la pietà della Chiesa alimenta e accompagna, non è una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato, o una semplice e nuda rievocazione di realtà d'altri tempi. Esso è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da Lui iniziato con pietoso consiglio in questa vita mortale, quando passò beneficando allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri, e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti, non nel modo incerto e nebuloso nel quale parlano alcuni recenti scrittori, ma perché, come ci insegna la dottrina cattolica e secondo la sentenza dei Dottori della Chiesa, sono esempi illustri di perfezione cristiana, e fonte di grazia divina per i meriti e l'intercessione del Redentore, e perché perdurano in noi col loro effetto, essendo ognuno di essi, nel modo consentaneo alla propria indole, la causa della nostra salvezza.

Si aggiunge che la pia Madre Chiesa, mentre propone alla nostra contemplazione i misteri di Cristo, con le sue preghiere invoca quei doni soprannaturali per i quali i suoi figli si compenetrano dello spirito di questi misteri per virtù di Cristo. Per influsso e virtù di Lui, noi possiamo, con la collaborazione della nostra volontà, assimilare la forza vitale come rami dall'albero, come membra dal capo, e ci possiamo progressivamente e laboriosamente trasformare «secondo la misura dell'età piena di Cristo».

Davvero costui era Figlio di Dio

Torna l'appuntamento, della Domenica mattina, di meditazione del Vangelo. Oggi è un Vangelo particolare perchè ci fa immedesimare totalmente nella Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Per meditarla dignitosamente, riflettiamo con mons. Gianfranco Poma:


Il racconto della Passione di Gesù è il tesoro più prezioso che la Chiesa possieda, che conserva e venera con la più grande cura.
Il Padre Martini, nel ormai lontano settembre del 1977, in un corso di esercizi spirituali da lui guidato, iniziava la meditazione sulla Passione con questa preghiera: "Signore, noi vogliamo guardare Te per conoscere il Padre. Tu ci riveli il Padre dalla croce. Rivela, o Signore, a noi, il mistero della Croce, fa' che non ne abbiamo paura, fa' che in esso conosciamo Dio, conosciamo Te, Figlio del Padre, conosciamo noi stessi, peccatori salvati. Donaci quella particella di intelligenza del mistero della Croce che hai stabilito per ciascuno di noi. Fa' che la nostra vita segua coerente con ciò che Tu ci fai conoscere, e se vuoi farci prima praticare che conoscere, farci prima amare che comprendere, donaci il tuo Spirito attraverso la tua morte e risurrezione gloriosa. Ti adoriamo presente tra noi, vivo, risorto, glorioso nei secoli dei secoli. Amen."
E' così ricco il racconto della Passione di Gesù, così inesauribile il mistero che ci viene annunciato che noi non possiamo che pregare perché il Signore ci doni il suo Spirito che ce ne faccia comprendere almeno una particella. Possiamo percorrere diverse vie nella lettura di queste pagine del Vangelo, ma quella centrale è la via indicata dal P. Martini, quella che guarda alla Passione come all'evento in cui si compie la rivelazione somma del mistero di Dio: si tratta di guardare alla Croce per arrivare alla conoscenza di Lui, per entrare nel mistero trinitario del Padre che ci dona il Figlio, nel mistero della morte di Dio. E' il grande teologo Hans Urs Von Balthasar che ha approfondito teologicamente questo tema, praticamente fermo dal 1500. Entrando nella meditazione della Passione, con tutto ciò che essa significa per noi, egli fa riferimento alla piccola Apocalisse di Isaia (24,17-23): "Terrore, fossa e laccio ti sovrastano, o abitante della terra…Certo barcollerà la terra come un ubriaco, vacillerà come una tenda; peserà su di essa la sua iniquità, cadrà e non si rialzerà. Arrossirà la luna, impallidirà il sole, perché il Signore regna sul monte Sion e in Gerusalemme e davanti ai suoi anziani sarà glorificato". Si sente costretto ad evocare queste parole, il teologo, entrando nel tema più oscuro della storia, la Morte di Dio, ed aggiunge: "Se Dio muore, tutto muore, se la Parola rivelante di Dio ad un certo punto tace, tutto il mondo tace", facendoci capire la drammaticità e la serietà di questa riflessione quando, fatta con estrema verità, implica l'impostazione di tutta la nostra vita.
Von Balthasar inizia il commento teologico al racconto della Passione, ricollegandosi alla domanda che i Padri della Chiesa già si ponevano: "Perché questo sangue è stato versato?". E dopo aver percorso la storia della teologia con le sue diverse risposte, ritorna a porre la Passione al centro, al termine dell'opera di Dio, ma sottolineando con maggiore consapevolezza la difficoltà e la fatica anche teologica di chi vuole indagare il mistero della rivelazione della gloria di Dio nella morte di Cristo. E anche noi ci troviamo di fronte alla Croce e come il centurione del Vangelo, siamo presi dal timore che deriva dall'esperienza del mistero: i due termini che a noi appaiono antitetici, la rivelazione di Dio nell'annientarsi di Dio sono il cuore del mistero.
Come ogni anno, nella settimana santa, la Liturgia continua a leggere per due volte il racconto della Passione, nella domenica delle Palme (uno dei tre sinottici) e il venerdì santo (il Vangelo di Giovanni). All'uomo moderno che pensa di essere cresciuto e di poter bastare a se stesso, di avere strumenti sufficienti per fare a meno di Dio, di avere nelle proprie mani ormai strumenti così potenti da non aver bisogno della potenza di Dio, la Liturgia continua ad offrire il racconto della Passione di Gesù, la rivelazione ultima del volto di Dio che si annienta per noi. L'uomo moderno ritiene di poter fare a meno di Dio: fa a meno del Dio potente che si è costruito con la propria mente. Ma Dio non è così: l'uomo può anche fare a meno di un Dio potente ma non di un Dio che si annienta per lui, che si abbassa, che lo serve, che gli dona tutto nel silenzio, che continua ad amarlo. Di fronte alla Croce di Cristo, l'uomo è messo di fronte al mistero di un Dio che non ostacola, non è geloso della potenza dell'uomo, ma proprio come Dio lo serve e lavando i piedi della sua creatura, si rivela nell'intimo di sé. La Croce di Cristo suscita in noi (e a questo punto ci guida in particolare il Vangelo di Giovanni) il desiderio di una penetrazione amorosa del mistero di Dio che si rivela attraverso il farsi niente, perché l'uomo viva.
E' illuminante per noi l'esperienza della Passione di Gesù vissuta da Pietro: Pietro aveva seguito Gesù con entusiasmo, per lui avrebbe donato la vita. Pietro amava Gesù. Quando inizia il dramma della Passione, dice Matteo (26,56) "tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono". Ma Pietro lo aveva seguito da lontano (26,58): lui amava Gesù, ma ora è confuso, non sa più chi è Gesù e ha perso anche la sicurezza per se stesso. Non ha il coraggio di seguire Gesù ma neanche lo vuole abbandonare: è ormai in pieno smarrimento. Alla donna che lo interroga ripetutamente risponde imprecando e giurando: "Io non conosco quell'uomo". "Ma subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù: Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. E uscito fuori, pianse amaramente". Pietro "si ricordò": ha una percezione nuova della realtà, dunque tutto è secondo il progetto di Dio. Ha una conoscenza nuova di Cristo, di Dio e di se stesso: finalmente si spezza il velo e Pietro incomincia a capire tra le lacrime che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato da lui. Pietro, che avrebbe voluto morire per Cristo, comincia a capire che è Cristo che muore per lui: comincia a capire quello che per tutta la vita non aveva capito, che Dio gli vuole donare la vita, l'amore, che lui invece respinge.
Il racconto della Passione continua a mostrarci la debolezza di Dio, la sua vulnerabilità. Matteo ci mostra la reazione di tutti coloro che passano sotto la Croce e insultano Gesù e ci conduce al momento della sua morte. "Verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". E' misteriosissimo questo ultimo grido che non ha neppure parole: le parole del salmo e tutto ciò che il Vangelo descrive cerca di esprimere l'indicibile. Di fronte alla morte di Gesù non c'è che il silenzio, che ha delle risonanze cosmiche che nella fede diventano significative. Il velo del tempio si spezza, la terra trema, si spezzano le pietre… Il centurione e quelli che erano più vicini cominciano a dire: Davvero quest'uomo era Figlio di Dio. Nella maniera più lontana da quello che ci saremmo aspettato, si manifesta il paradosso di Dio. Quelli che hanno avuto il coraggio di guardare la fragilità, la vulnerabilità di Gesù, hanno visto cadere tutti i pregiudizi, anche teologici, con cui avevano pensano a Dio, al suo modo di agire…Tutte le riserve mentali si sono dissolte a contatto con la sguarnita verità con cui Dio si è manifestato. Se abbiamo il coraggio di fare il passo che ci tiene lontani dalla Croce, di superare il cerchio di coloro che gridano, giudicano, e di lasciare che il suo amore faccia cadere il muro di paura, superbia, ipocrisia con cui rimaniamo chiusi nella nostra fragilissima potenza, allora cade la nostra antica conoscenza di Dio, la sua intangibilità, l'alterità assoluta, l'inaccessibilità: in Cristo debole, povero, vulnerabile, Dio può entrare nel cuore di ognuno di noi e diventare l'esperienza che ci cambia.

sabato 16 aprile 2011

La storia di San Francesco di Assisi - Ventunesima parte

Continuiamo a scoprire la storia di San Francesco di Assisi. «Se aveste fede quanto un granellino di senapa,potreste dire a questo gelso:Sii sradicato e trapiantato nel mare,ed esso vi ascolterebbe. Chi di voi,se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge,gli dirà quando rientra dal campo:Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto:Preparami da mangiare,rimboccati la veste e servimi,finché io abbia mangiato e bevuto,e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo,perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi,quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato,dite:Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».
Questo è uno dei passi evangelici che più si addice alla figura del beato Francesco. Infatti, egli ha potuto compiere grandi prodigi solo in virtù di una grande fede e nonostante questo grande "potere", egli si è sempre considerato servo inutile, fuggendo la gloria e persino il ringraziamento. E' come se le parole di Gesù prendessero vita dentro di lui, quasi come se il beato Francesco fosse una sorta di personificazione della parola di Cristo. Nell'appuntamento odierno, possiamo vedere proprio quest'aspetto, leggendo alcuni tra i più prodigiosi segni compiuti dal poverello d'Assisi, lungo il suo tragitto terreno:

CAPITOLO VENTITREESIMO

FRANCESCO GUARISCE UNO ZOPPO A TOSCANELLA E UN PARALITICO A NARNI

65. Pellegrinando per diverse e vaste regioni ad annunciare il Regno dei Cieli, Francesco giunse un giorno nella città di Toscanella. Qui, mentre, secondo il solito, spargeva il seme della salvezza, un cavaliere del luogo gli offrì ospitalità nella sua casa. Il figlioletto di lui, l'unico che aveva, era zoppo e tanto gracile da dover restare ancora nella culla, pur avendo oltrepassato l'età dell'allattamento. Vedendo quell'uomo di Dio così ripieno di santità, il cavaliere si gettò ai piedi di lui e umilmente gli chiese che glielo guarisse. Il Santo si riteneva del tutto indegno e incapace di una simile grazia e a lungo si rifiutò; ma poi, vinto dalle insistenti implorazioni di quel poveretto, acconsentì. Dopo aver pregato, stese le mani sul fanciullo, lo benedisse e lo invitò a levarsi; quello immediatamente, tra la gioia dei presenti, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, balzò dal suo giaciglio e cominciò a camminare perfettamente risanato.

66. Un analogo prodigio compì Francesco a Narni, dove rimase vari giorni. Ed ecco come. Un cittadino di nome Pietro stava a letto da cinque mesi completamente paralizzato; rimasto con i piedi, le mani e la testa completamente immobili, riusciva a muovere la lingua e ad aprire gli occhi. Avendo saputo che era giunto in città il servo dell'Altissimo, il povero infermo supplicò il vescovo del luogo che in nome della misericordia divina si degnasse mandarglielo, essendo convinto che alla sola vista del Santo sarebbe guarito. E così avvenne. Appena il beato Francesco gli fu vicino e tracciò su di lui dal capo ai piedi un segno di croce, il paralitico ricuperò piena salute. 

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO

FRANCESCO RENDE LA VISTA A UNA CIECA E A GUBBIO RISANA UN'ALTRA RATTRAPPITA

67. Una donna, pure abitante di Narni colpita da cecità, riacquistò il dono della vista mediante il segno di croce che il beato Francesco tracciò sui suoi occhi.

Anche un'inferma di Gubbio ebbe la gioia di essere miracolata da Francesco. Aveva le mani rattrappite e non poteva far nulla. Quando seppe che il Santo era arrivato in città, gli corse incontro, gli mostrò affranta le mani contorte, supplicandolo che gliele toccasse. Egli, impietositosi, fece quanto gli si chiedeva e la povera donna guarì. Questa, tutta lieta, tornò a casa, impastò con le proprie mani una focaccia di farina con formaggio e l'offrì a Francesco, che per renderla felice ne gradì un poco, dicendo alla donna di mangiare il resto con la sua famiglia.

CAPITOLO VENTICINQUESIMO

FRANCESCO LIBERA UN FRATE DALL'EPILESSIA E A SANGEMINI GUARISCE UN 'INDEMONIATA

68. Non so come qualificare la malattia orrenda di cui soffriva un confratello; alcuni l'attribuivano alla presenza di un diavolo maligno. Il poveretto spesso si gettava a terra e, stralunando gli occhi in modo orribile, si ravvoltolava tutto con la schiuma alla bocca; le sue membra ora si contraevano, ora si distendevano, or rigide, or piegate e contorte. Altre volte, tutto teso e irrigidito con i piedi che gli toccavano la testa, veniva levato in alto, quanto la statura di un uomo e poi subito gettato a terra. Il santo padre Francesco ne ebbe compassione immensa, si recò da lui, lo benedisse, pregando umilmente Iddio, e il malato ottenne pronta e completa salute e non pafi mai più un male del genere!

69. Un giorno Francesco, attraversando la diocesi di Narni per predicare la parola di Dio, arrivò a Sangemini, dove fu ospitato con tre fratelli da un fedele, noto per la sua grande devozione e virtù. Ma la moglie era indemoniata, e tutti gli abitanti di quel territorio lo sapevano. L'uomo, confidando profondamente nei meriti del Santo, lo pregò di guarirgliela. Francesco, poiché preferiva nella sua semplicità fuggire gli onori del mondo e essere vilipeso, non voleva compiere il prodigio; ma poi, vedendo che si trattava della gloria di Dio e del bene di molti che invocavano il suo atto di carità, finì per aderirvi. Chiamati i tre frati che erano con lui, li invitò a mettersi ognuno in un angolo della stanza e disse: «Preghiamo il Signore, fratelli per questa donna, affinché sia liberata dal giogo del demonio, a lode di Dio. Stiamo uno per ogni parte, perché il maligno non ci inganni e non ci scappi».

Dopo aver pregato, con la virtù dello Spirito Santo, si accostò all'ossessa, che era in preda a convulsioni e urla tremende, dicendo: «Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, per obbedienza ti ordino, o demonio, di lasciare questa creatura e di non osare più tormentarla! ». Aveva appena pronunciato quelle parole, che il diavolo se ne andò rapidissimamente congran fracasso e furore, tanto che il santo padre, per l'improvvisa guarigione della donna e la pronta obbedienza di Satana, credette di essersi illuso, e si affrettò ad allontanarsene con rossore, ciò operando la divina Provvidenza, per impedirgli di cadere nell'orgoglio.

Per questo accadde che, passando Francesco un'altra volta per il medesimo luogo in compagnia di frate Elia, quella donna, saputolo, accorse in fretta sulla piazza, chiamandolo e pregandolo che si degnasse parlarle. Ma egli rifiutava tale richiesta, ben sapendo ch'era essa quella donna dalla quale per virtù divina aveva scacciato il demonio. Ma essa baciava le orme dei suoi piedi, ringraziando Dio e il suo servo Francesco, che l'aveva liberata dal potere della morte. Infine, per le preghiere di frate Elia, il Santo si persuase a parlarle, e da molti fu assicurato sia della suddetta infermità sia della guarigione.