martedì 11 febbraio 2014

XXII Giornata Mondiale del Malato

                 MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
      PER LA XXII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2014
(11 Febbraio 2014)
Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16)

Cari fratelli e sorelle,
1. In occasione della XXII Giornata Mondiale del Malato, che quest’anno ha come tema Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16), mi rivolgo in modo particolare alle persone ammalate e a tutti coloro che prestano loro assistenza e cura. La Chiesa riconosce in voi, cari ammalati, una speciale presenza di Cristo sofferente. E’ così: accanto, anzi, dentro la nostra sofferenza c’è quella di Gesù, che ne porta insieme a noi il peso e ne rivela il senso. Quando il Figlio di Dio è salito sulla croce ha distrutto la solitudine della sofferenza e ne ha illuminato l’oscurità. Siamo posti in tal modo dinanzi al mistero dell’amore di Dio per noi, che ci infonde speranza e coraggio: speranza, perché nel disegno d’amore di Dio anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale; e coraggio, per affrontare ogni avversità in sua compagnia, uniti a Lui.
2. Il Figlio di Dio fatto uomo non ha tolto dall’esperienza umana la malattia e la sofferenza, ma, assumendole in sé, le ha trasformate e ridimensionate. Ridimensionate, perché non hanno più l’ultima parola, che invece è la vita nuova in pienezza; trasformate, perché in unione a Cristo da negative possono diventare positive. Gesù è la via, e con il suo Spirito possiamo seguirlo. Come il Padre ha donato il Figlio per amore, e il Figlio ha donato se stesso per lo stesso amore, anche noi possiamo amare gli altri come Dio ha amato noi, dando la vita per i fratelli. La fede nel Dio buono diventa bontà, la fede nel Cristo Crocifisso diventa forza di amare fino alla fine e anche i nemici. La prova della fede autentica in Cristo è il dono di sé, il diffondersi dell’amore per il prossimo, specialmente per chi non lo merita, per chi soffre, per chi è emarginato.
3. In forza del Battesimo e della Confermazione siamo chiamati a conformarci a Cristo, Buon Samaritano di tutti i sofferenti. «In questo abbiamo conosciuto l’amore; nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16). Quando ci accostiamo con tenerezza a coloro che sono bisognosi di cure, portiamo la speranza e il sorriso di Dio nelle contraddizioni del mondo. Quando la dedizione generosa verso gli altri diventa lo stile delle nostre azioni, facciamo spazio al Cuore di Cristo e ne siamo riscaldati, offrendo così il nostro contributo all’avvento del Regno di Dio.
4. Per crescere nella tenerezza, nella carità rispettosa e delicata, noi abbiamo un modello cristiano a cui dirigere con sicurezza lo sguardo. È la Madre di Gesù e Madre nostra, attenta alla voce di Dio e ai bisogni e difficoltà dei suoi figli. Maria, spinta dalla divina misericordia che in lei si fa carne, dimentica se stessa  e si incammina in fretta dalla Galilea alla Giudea per incontrare e aiutare la cugina Elisabetta; intercede presso il suo Figlio alle nozze di Cana, quando vede che viene a mancare il vino della festa; porta nel suo cuore, lungo il pellegrinaggio della vita, le parole del vecchio Simeone che le preannunciano una spada che trafiggerà la sua anima, e con fortezza rimane ai piedi della Croce di Gesù. Lei sa come si fa questa strada e per questo è la Madre di tutti i malati e i sofferenti. Possiamo ricorrere fiduciosi a lei con filiale devozione, sicuri che ci assisterà, ci sosterrà e non ci abbandonerà. È la Madre del Crocifisso Risorto: rimane accanto alle nostre croci e ci accompagna nel cammino verso la risurrezione e la vita piena.
5. San Giovanni, il discepolo che stava con Maria ai piedi della Croce, ci fa risalire alle sorgenti della fede e della carità, al cuore di Dio che «è amore» (1 Gv 4,8.16), e ci ricorda che non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli. Chi sta sotto la Croce con Maria, impara ad amare come Gesù. La Croce «è la certezza dell’amore fedele di Dio per noi. Un amore così grande che entra nel nostro peccato e lo perdona, entra nella nostra sofferenza e ci dona la forza per portarla, entra anche nella morte per vincerla e salvarci…La Croce di Cristo invita anche a lasciarci contagiare da questo amore, ci insegna a guardare sempre l’altro con misericordia e amore, soprattutto chi soffre, chi ha bisogno di aiuto» (Via Crucis con i giovani, Rio de Janeiro, 26 luglio 2013).
Affido questa XXII Giornata Mondiale del Malato all’intercessione di Maria, affinché aiuti le persone ammalate a vivere la propria sofferenza in comunione con Gesù Cristo, e sostenga coloro che se ne prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, imparto di cuore la Benedizione Apostolica. 
Dal Vaticano, 6 dicembre 2013

FRANCESCO

giovedì 26 dicembre 2013

Il Santo Natale

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Martedì, 24 dicembre 2013
  
1. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).
Questa profezia di Isaia non finisce mai di commuoverci, specialmente quando la ascoltiamo nella Liturgia della Notte di Natale. E non è solo un fatto emotivo, sentimentale; ci commuove perché dice la realtà profonda di ciò che siamo: siamo popolo in cammino, e intorno a noi – e anche dentro di noi – ci sono tenebre e luce. E in questa notte, mentre lo spirito delle tenebre avvolge il mondo, si rinnova l’avvenimento che sempre ci stupisce e ci sorprende: il popolo in cammino vede una grande luce. Una luce che ci fa riflettere su questo mistero: mistero del camminare e del vedere.
Camminare. Questo verbo ci fa pensare al corso della storia, a quel lungo cammino che è la storia della salvezza, a cominciare da Abramo, nostro padre nella fede, che il Signore chiamò un giorno a partire, ad uscire dal suo paese per andare verso la terra che Lui gli avrebbe indicato. Da allora, la nostra identità di credenti è quella di gente pellegrina verso la terra promessa. Questa storia è sempre accompagnata dal Signore! Egli è sempre fedele al suo patto e alle sue promesse. Perché fedele, «Dio è luce, e in lui non c’è tenebra alcuna» (1 Gv 1,5). Da parte del popolo, invece, si alternano momenti di luce e di tenebra, fedeltà e infedeltà, obbedienza e ribellione; momenti di popolo pellegrino e momenti di popolo errante.
Anche nella nostra storia personale si alternano momenti luminosi e oscuri, luci e ombre. Se amiamo Dio e i fratelli, camminiamo nella luce, ma se il nostro cuore si chiude, se prevalgono in noi l’orgoglio, la menzogna, la ricerca del proprio interesse, allora scendono le tenebre dentro di noi e intorno a noi. «Chi odia suo fratello – scrive l’apostolo Giovanni – è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2,11). Popolo in cammino, ma popolo pellegrino che non vuole essere popolo errante.
2. In questa notte, come un fascio di luce chiarissima, risuona l’annuncio dell’Apostolo: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11).
La grazia che è apparsa nel mondo è Gesù, nato dalla Vergine Maria, vero uomo e vero Dio. Egli è venuto nella nostra storia, ha condiviso il nostro cammino. È venuto per liberarci dalle tenebre e donarci la luce. In Lui è apparsa la grazia, la misericordia, la tenerezza del Padre: Gesù è l’Amore fattosi carne. Non è soltanto un maestro di sapienza, non è un ideale a cui tendiamo e dal quale sappiamo di essere inesorabilmente lontani, è il senso della vita e della storia che ha posto la sua tenda in mezzo a noi.
3. I pastori sono stati i primi a vedere questa “tenda”, a ricevere l’annuncio della nascita di Gesù. Sono stati i primi perché erano tra gli ultimi, gli emarginati. E sono stati i primi perché vegliavano nella notte, facendo la guardia al loro gregge. E’ legge del pellegrino vegliare, e loro vegliavano. Con loro ci fermiamo davanti al Bambino, ci fermiamo in silenzio. Con loro ringraziamo il Signore di averci donato Gesù, e con loro lasciamo salire dal profondo del cuore la lode della sua fedeltà: Ti benediciamo, Signore Dio Altissimo, che ti sei abbassato per noi. Tu sei immenso, e ti sei fatto piccolo; sei ricco, e ti sei fatto povero; sei l’onnipotente, e ti sei fatto debole.
In questa Notte condividiamo la gioia del Vangelo: Dio ci ama, ci ama tanto che ha donato il suo Figlio come nostro fratello, come luce nelle nostre tenebre. Il Signore ci ripete: «Non temete» (Lc 2,10). Come hanno detto gli angeli ai pastori: «Non temete». E anch’io ripeto a tutti voi: Non temete! Il nostro Padre è paziente, ci ama, ci dona Gesù per guidarci nel cammino verso la terra promessa. Egli è la luce che rischiara le tenebre. Egli è la misericordia: il nostro Padre ci perdona sempre. Egli è la nostra pace. Amen.

domenica 17 novembre 2013

Non lasciamoci ingannare

Commento di Mons.Antonio Riboldi alla Liturgia odierna:

Quante volte, assistendo ai disordini che l'uomo sembra moltiplicare, giorno per giorno, e di fronte a catastrofi, sentiamo dire: ‘Ma è la fine del mondo!'.
Come ad affermare che stiamo arrivando al capolinea della storia ed in modo disastroso.
Questa è l'ultima domenica dell'anno liturgico, che scandisce la nostra storia, facendoci prendere per mano dalla vita di Gesù che, con amore, si fa battistrada per essere degni della Gloria celeste.
Insieme abbiamo vissuto il tempo dell'Attesa di Dio, che viene tra di noi, nell'Avvento; abbiamo gioito della Venuta di Gesù tra noi, ieri, oggi e sempre, nel Natale; abbiamo contemplato la Sua opera di redenzione nella Quaresima, che invitava alla conversione, per entrare nella Gioia della Sua Resurrezione, dopo la Sua Passione e Morte; e, sostenuti dalle ‘lingue di fuoco' della Pentecoste, che ci donava lo Spirito Santo, abbiamo cercato di stare alla scuola del Maestro, fino al compimento della Misericordia.
E così la Chiesa, oggi, proprio come a farci entrare nel compimento della Storia della Salvezza, ci fa meditare sulla fine di tutto, per dare inizio al Tutto, che è la Vita celeste.
Gesù, nel Vangelo, coglie l'occasione per il suo insegnamento, interrompendo l'estasi di chi si era soffermato nell'ammirazione delle bellezze esteriori, compiute dall'uomo, con parole che devono farci meditare. Ascoltiamo l'evangelista Luca:
"In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: ‘Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta'. Gli domandarono: ‘Maestro quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?'. Rispose: ‘Badate di non lasciarvi ingannare'. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: ‘Sono io', e ‘Il tempo è vicino'. Non andate dietro a loro. Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine. Poi diceva loro: "... prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governanti, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.... Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete perfino traditi dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi: sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita." (Lc. 21,5-19)
Con giustissima insistenza si fanno previsioni e progetti per un futuro che eviti catastrofi. E ci si accorge - e questa può essere saggezza - che il futuro non può essere mai la ripetizione di quanto si è cercato in tutti i modi, anche errati, di ottenere. In tutto. Anche nella nostra vita interiore.
E non riusciamo, a volte, a mettere in discussione che, quello che chiamiamo ‘progresso', può risultare un camminare ‘fuori strada'. Quando tentiamo di aggredire una montagna difficile, è saggezza accorgersi se siamo fuori sentiero e, quindi, con tempo e fatica, tornare alla ricerca di quello giusto.
Il Vangelo di oggi ci invita, quindi, a tornare indietro, se necessario, a fermarci un momento, per capire, alla luce del Vangelo, se il nostro vivere è nella giusta Via, Verità e Vita.
Come sanno fare i santi.
Mi è caro, insieme a voi, rifarmi alla vita del beato Rosmini, fondatore della Congregazione, definita ‘Istituto della carità' (Rosminiani, a cui ho la gioia di appartenere), la cui vita pare un riflesso del Vangelo di oggi.
Rosmini nasce a Rovereto (Trento) da una famiglia nobile e molto facoltosa.
A 18 anni, contro il parere dei genitori, che in lui avevano riposto disegni di carriera nobile e prestigiosa, segue la vocazione del sacerdozio. E' ordinato nel 1821, ma sente interiormente che la volontà di Dio vuole per lui ‘altro', e così per alcuni anni vive nella casa paterna di Rovereto, come in attesa che Dio manifesti la sua volontà. Attende che sia Dio a chiamarlo. Non vuole essere lui a scegliere. È quel principio di totale abbandono a Dio, che poi chiamerà - e darà come ‘segno' caratteristico ai suoi discepoli nell'Istituto - ‘principio di passività', ossia ‘essere sempre e tutto a disposizione di Dio'.
Nel 1828, lascia Rovereto: un taglio netto con la ricchezza e il benessere che avrebbe potuto continuare a godere nella bellezza del suo palazzo, ancora oggi luogo di arte e ammirazione, e si nasconde su un piccolo colle, che sovrasta la città di Domodossola, il Sacro Monte Calvario.
In un complesso abbandonato e isolato, sceglie come abitazione una ‘cella', tanto simile a quella di S. Francesco. È ancora oggi mèta di pellegrinaggi, ma, soprattutto per noi Rosminiani, è il ‘segno' della povertà, che è la via di Cristo e dei Santi. Una piccola stanza con il solo letto, una catinella per lavarsi ed una scrivania. Il resto solo povertà. Lui che era ricco!
E lì fonda l'Istituto della Carità. Scrive libri, continua il suo personale cammino di perfezione, i cui princìpi lascia in un libricino per tutti: Le Massime di perfezione cristiana.
Cosciente dell'importanza di lavorare per la Chiesa e con la Chiesa, decide di incontrarsi con il Santo Padre, per sottoporgli le sue idee.
Pio VII, già nel 1823, lo aveva incoraggiato a studiare filosofia, ora Pio VIII ribadisce: "E' volontà di Dio che essa si occupi nello scrivere libri: tale è la sua vocazione. La Chiesa al presente ha gran bisogno di scrittori, dico di scrittori solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugli uomini, non rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli per la ragione e per mezzo di questa condurli alla religione. (Sembra il pensiero del nostro Papa, Benedetto XVI) Si tenga certo che ella potrà recare un vantaggio assai maggiore al prossimo occupandosi nello scrivere che non esercitando qualunque opera del sacro ministero".
E come rispondendo a questo invito, Rosmini scrive il famoso ‘Delle cinque piaghe della Chiesa' e ‘Le Massime di perfezione', forse i due testi più conosciuti. Ma la sua immensa capacità di fede e pensiero gli consente di affrontare problematiche tuttora attuali: ‘Principi di scienza morale', ‘Antologia in servizio della scienza morale', ‘Il rinnovamento della filosofia in Italia', ecc.
Ma c'erano gli avversari, desiderosi di trovare una qualche occasione per umiliarlo.
Intanto Pio IX, salito al soglio pontificio, lo vorrebbe ordinare cardinale, anzi Segretario di Stato.
Ma gli eventi politici precipitano: è il 1848. Pio IX è costretto a fuggire da Roma e rifugiarsi a Gaeta, dove richiede l'intervento di Rosmini.
È l'inizio dell'esilio, della umiliazione e, io dico, della sua santità.
Incomprensioni e pressioni fanno sì che Pio IX decida di mettere all'Indice ‘Delle Cinque piaghe della Chiesa' e ‘La Costituzione civile secondo la giustizia sociale'. Si è passati dall'offerta del cardinalato alla condanna! E pensare che Manzoni, amico di Rosmini, ebbe a dire di lui: ‘Delle cinque o sei più grandi intelligenze che l'umanità abbia prodotto a distanza è Rosmini'.
Possiamo immaginare la veemenza con cui gli avversari attaccarono Rosmini, il sacerdote amato e lodato dai Papi. Fu tanta la bagarre contro di lui, che il S. Padre impose ‘il silenzio', che era come una pietra sulla tomba. Come risponde Rosmini? Prega per le ‘incredibili vicende per le quali mi conduce la Provvidenza, a cui non fallisce giammai l'immutabile consiglio. Io, meditandola, la annunzio; ammirandola, l'amo; amandola, la celebro; celebrandola, la ringrazio; ringraziandola, m'empio di letizia.' (lettera all'amico don Parma)
Vive gli ultimi anni a Stresa, nel silenzio, circondato da dubbi, come emarginato dalla sana dottrina. Continua a scrivere, dandosi una regola precisa: ‘Adorare, tacere, godere'.
Il ‘cuore', che dette alla Congregazione, è la carità.
Una carità che coinvolge tutto l'uomo, in tre aspetti che vanno in lui armonicamente amati, curati e rispettati. La carità temporale è la cura della vita corporea, riconoscendo e promuovendo tutto ciò che è dono di Dio: la salute, il cibo, il lavoro, la casa e ogni realtà necessaria ad una vita dignitosa.
Un gradino più su, ma sempre ‘l'uomo da amare', la carità intellettuale, secondo le parole di Gesù: ‘Non di solo pane vive l'uomo'. Occorre non fermarsi ai soli bisogni del corpo, ma ridare all'uomo la coscienza della propria dignità, la capacità di esprimersi e scegliere, non per affermare se stesso, ma come libertà nel dire ‘sì' a Dio e al prossimo. È la carità della cultura, dell'intelligenza che fa scoprire le immense ‘ricchezze che Dio ha dato ad ogni uomo'. È un ‘cogito ergo sum', che si apre al Trascendente. Ed è la carità che oggi più manca.
In un incontro, anni fa, con Giovanni Paolo II, alla sua domanda di cosa necessitassero gli italiani, risposi: ‘Ci vorrebbero tante Madre Teresa della cultura. L'uomo non pensa più e questo lo rende una merce senza senso'. Ricordo che dette un pugno sulla scrivania e disse: ‘Questa è l'intuizione, che cercavo'. Ed oggi, più che mai, è l'urgenza della Chiesa, di fronte all'attacco indiscriminato del materialismo.
Ed infine la carità spirituale: aiutare l'uomo nel cammino della santità, che è poi la carità più grande, quella di Cristo stesso verso di noi.
Rosmini amava affermare che mentre la carità temporale può essere un'attività limitata al corpo, come gli ospedali; la stessa carità intellettuale può essere esplicata negli istituti di educazione o scuole; quella spirituale è propria dei pastori, in particolare, e dei cristiani coscienti della loro missione. E aggiungeva che di queste tre forme di carità, chi le svolge tutte e tre, sono ‘i pastori di anime'.
Amare un uomo integralmente, fare un uomo, è mettere in atto la parabola del buon Samaritano: non dategli appena un pezzo di pane, dategli il pane della cultura, dategli il Pane della Vita.
Aiutatelo a rizzarsi in piedi: è la carità integrale... che non ama mai un uomo a metà!
Oggi la nostra Italia ne ha più che mai bisogno, per questo Rosmini si impone alla nostra attenzione e devozione. È stato ed è davvero un gigante della carità intellettuale e spirituale del nostro tempo.
Dio, i Suoi Santi, li dà a tempo opportuno, e Rosmini è davvero un dono necessario per questa nostra umanità a dir poco confusa.
Così amava dialogare con Dio:
"O quanto è dolce il conversar con Dio, parlar di Dio, soddisfare Dio.
Ricordarsi, volere e intendere Dio. Conoscere Dio, innamorarsi in Dio!
Lo stare e il ritornare con Dio; il cercare e il trovare in Dio, Dio.
Donando tutto se medesimo a Dio lasciare per Dio il gusto anche di Dio.
Il pensare, il parlare, l'operare per Dio.
Solo sperare col dilettarsi in Dio.
Il dilettarsi e il consacrarsi a Dio e a Dio solo piacer, patir per Dio,
solo godere in Dio.
Solo voler Dio e stare sempre con Dio: gioire nei gusti e nelle pene in Dio.
Veder Dio, toccar Dio, gustare Dio: vivere, morire e stare con Dio."

domenica 27 ottobre 2013

I giusti agli occhi di Dio

Commento di Mons.Antonio Riboldi alla Liturgia odierna:

Dal Vangelo di oggi emerge una caratteristica degli uomini di tutti i tempi e di ogni categoria: il grave difetto di credersi migliori' e, quindi, giudicare negativamente gli altri'.
"In quel tempo Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo, l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo'. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore'. Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta, sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato". (Lc. 18, 9-14)
Ci vuole una bella faccia tosta' a mettersi ben in vista, ai primi posti nel tempio e tra gli uomini, proclamando la propria giustizia, proprio a Dio, IL GIUSTO, che conosce fino in fondo chi siamo e di quante ombre, oltre che luci, siamo ripieni.
Solo davanti agli uomini, che si nutrono tante volte di inganni, pur di affermarsi ed apparire quello che di fatto non sono, possiamo recitare la commedia delle bugie'!
Quanta gente abbiamo conosciuto che amava i primi posti nella stima nostra e poi, con tristezza, si è scoperto che erano ben altra cosa. Il Vangelo ci invita ad essere umili.
Papa Francesco, in un'omelia alla Casa S. Marta, proprio riferendosi a questo Vangelo, e stigmatizzando l'ipocrisia ha detto: "L'esempio da guardare è quello indicato dal Vangelo: il pubblicano che con umile semplicità prega dicendo: «Abbi pietà di me, Signore, che sono un peccatore». Questa è la preghiera che dobbiamo fare tutti i giorni, nella consapevolezza che siamo peccatori. Dei peccatori che, però, sanno a chi guardare per trovare una redenzione. Tutti noi abbiamo pure la grazia, la grazia che viene da Gesù Cristo: la grazia della gioia; la grazia della magnanimità, della larghezza".
Così affermava Paolo VI: "Un cristiano superbo è una contraddizione nei suoi stessi termini.
Se vogliamo rinnovare la vita cristiana non possiamo tacere la lezione e la pratica dell'umiltà. Come risolvere innanzitutto il contrasto fra la vocazione alla grandezza e il precetto dell'umiltà
Noi abbiamo ogni giorno sulle labbra il Magnificat', l'inno sublime della Madonna, la quale proclama davanti a Dio, e a quanti ne ascoltano la dolcissima voce, la sua umiltà di serva, e nello stesso tempo celebra le grandezze operate da Dio in lei e profetizza l'esaltazione che di lei faranno tutte le generazioni... Il confronto con gli altri ci fa spesso pietosi verso noi stessi e orgogliosi verso il prossimo: ricordiamo la parabola del fariseo e del pubblicano, quando il primo dice di se stesso: io non sono come gli altri', mentre il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi al cielo e si batteva il petto". (Omelia, 9 febbraio 1967)
A essere sinceri, infatti, cosa abbiamo di nostro? La vita? È un dono. La felicità o i carismi? Sempre doni di Dio. La salute e la bellezza del corpo? Doni di Dio!
Se da una parte Dio chiede che i Suoi doni vengano bene amministrati, dall'altra la giustizia vuole che si dia gloria a Chi ci ha fatto tali doni: non appropriarsene, che è superbia!
Dovremmo, in altre parole, essere capaci di imitare la Madonna che, mentre celebra le grandi opere che Dio ha compiuto in Lei, dall'altra si riconosce serva del Signore'.
Ma quanto è facile appropriarsi' dei doni di Dio, come fossero cosa nostra'!
Da qui la superbia, in cui satana è maestro, suggeritore.
"Cosa abbiamo noi - mi diceva il mio padre spirituale, un vero uomo di Dio - se non le nostre debolezze, la nostra miseria, il nostro nulla? Tutto è di Dio: di nostro il peccato".
Oggi, dice il Siracide:
"Il Signore è giudice e non vi è presso lui preferenza di persone.
Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell'oppresso.
Non trascura la supplica dell'orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento.
Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza e la sua preghiera giungerà fino alle nubi.
Finché non sia arrivata non si contenta, non desiste finché l'Altissimo non sia intervenuto,
rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l'equità". (Sir. 35, 15-22)
Mi torna sempre alla mente la testimonianza del mio Padre spirituale, il grande don Clemente Rebora, famoso poeta del 900, che poteva certamente raccontare' quello che aveva vissuto.
Stando insieme nei periodi di vacanza alla Sacra di S. Michele, facendo lunghe camminate con lui, io tentavo di fare sfoggio di ciò che avevo letto, soprattutto sui romanzi russi.
Lui ascoltava e taceva. Avevo addirittura l'impressione che non li avesse mai letti.
Non sapevo che, tra i tanti suoi titoli', da tutti riconosciuto, vi era quello di raffinato e grande conoscitore della letteratura russa! Ma aveva deciso, dopo la sua conversione, di oscurare tutto il passato', come non fosse esistito. L'unica cosa che bramava era guadagnare con una vita ascetica e santa il tempo che aveva perso nel mondo' - così amava dire. Quando seppi chi veramente era stato, mi vergognai della mia stupida voglia di recitare la parte del fariseo.
Forse tanti dei miei amici, che mi seguono, in questa grazia di farsi come plasmare dalla Parola di Dio', conoscono o hanno sentito parlare del mio Fondatore, Antonio Rosmini: un vero gigante della filosofia e della teologia, ma più ancora della santità.
Nel suo libretto Massime di perfezione', - da molti conosciuto e che sono le regole della santità -nella quinta massima, intitolata: Riconoscere intimamente il proprio nulla', così afferma:
"Il Cristiano deve meditare ed imitare continuamente la profondissima umiltà della Vergine Maria. Nelle divine Scritture la vediamo sempre in quiete, in pace, in continuo riposo interiore.
Di sua scelta la troviamo sempre in una vita umile, ritirata e silenziosa, dalla quale non venne tolta se non dalla voce stessa di Dio o dai sentimenti di carità verso la sua parente Elisabetta.
A giudizio umano, chi potrebbe credere che della più perfetta delle creature umane ci fosse raccontato così poco nelle divine Scritture? Nessuna opera da Lei intrapresa; una vita che il mondo cieco direbbe di continua inazione, e che Dio dimostrò di essere la più sublime, la più virtuosa, la più generosa di tutte le vite. Per essa, quest'umile e sconosciuta giovinetta fu innalzata dall'Onnipotente alla più alta dignità, a un seggio di gloria più elevato di quello dato a qualunque altro, non solo tra gli uomini, ma anche tra gli angeli" (V Massima n. 7)
Parole che vengono dal cuore di un uomo, Rosmini, che nella vita conobbe, per un tempo, l'amicizia e la stima incondizionata dei Papi e, improvvisamente, per presunti errori teologici',
- ormai sconfessati dalla Congregazione della Dottrina della fede, di cui era Prefetto proprio il nostro emerito e amato Pontefice, Benedetto XVI - fu come esiliato, emarginato, considerato quasi pericoloso per la teologia.
Nel silenzio assoluto impostogli, da lui accolto come volontà di Dio e a sua volta imposto alla Congregazione, a chi gli chiedeva come si sentisse, rispondeva: Adorare, tacere, godere'.
Aveva la certezza che se il grano caduto in terra non muore, non porta frutto'.
Ora la Chiesa ha riconosciuto le sue virtù eroiche, proclamandolo beato. L'umiltà porta sempre frutto.
Madre Teresa di Calcutta, altra grande santa del nostro tempo, amava dire: "Anche se commetti qualche errore, approfittiamo di questo per avvicinarci a Dio". DiciamoGli con umiltà: Non sono stata capace di essere migliore. Ti offro i miei fallimenti'.
E' lo stesso invito di Papa Francesco:
"Gesù è venuto per noi, quando noi riconosciamo che siamo peccatori. Ma se noi siamo come quel fariseo, davanti all'altare: Ti ringrazio Signore, perché non sono come tutti gli altri uomini,... non conosciamo il cuore del Signore, e non avremo mai la gioia di sentire questa misericordia. Non è facile affidarsi alla misericordia di Dio, perché è un abisso incomprensibile. Ma dobbiamo farlo!...
Il Signore mai si stanca di perdonare: mai! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono.
E chiediamo la grazia di non stancarci di chiedere perdono, perché Lui mai si stanca di perdonare. Chiediamo questa grazia!". 

domenica 20 ottobre 2013

Tutti missionari

Commento di Mons.Antonio Riboldi alla speciale giornata che viviamo oggi ed alla Liturgia odierna:

Oggi, tutta la Chiesa, in ogni parte del mondo, celebra la GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE. E così il S. Padre, nel Messaggio, scrive:
"Quest'anno celebriamo la Giornata Missionaria Mondiale mentre si sta concludendo l'Anno della fede, occasione importante per rafforzare la nostra amicizia con il Signore e il nostro cammino come Chiesa che annuncia con coraggio il Vangelo.... L'Anno della fede, a cinquant'anni dall'inizio del Concilio Vaticano II, è di stimolo perché l'intera Chiesa abbia una rinnovata consapevolezza della sua presenza nel mondo contemporaneo, della sua missione tra i popoli e le nazioni. La missionarietà non è solo una questione di territori geografici, ma di popoli, di culture e di singole persone, proprio perché i "confini" della fede non attraversano solo luoghi e tradizioni umane, ma il cuore di ciascun uomo e di ciascuna donna. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato in modo speciale come il compito missionario, il compito di allargare i confini della fede, sia proprio di ogni battezzato e di tutte le comunità cristiane: «Poiché il popolo di Dio vive nelle comunità, specialmente in quelle Diocesane e parrocchiali, ed in esse in qualche modo appare in forma visibile, tocca anche a queste comunità rendere testimonianza a Cristo di fronte alle nazioni» (Decr. Ad gentes, 37). Ciascuna comunità è quindi interpellata e invitata a fare proprio il mandato affidato da Gesù agli Apostoli di essere suoi «testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8), non come un aspetto secondario della vita cristiana, ma come un aspetto essenziale: tutti siamo inviati sulle strade del mondo per camminare con i fratelli, professando e testimoniando la nostra fede in Cristo e facendoci annunciatori del suo Vangelo."
Le parole di Papa Francesco sono risposte a domande che da sempre ci coinvolgono: chi Dio ?manda ad evangelizzare'? In altre parole, chi sono ?i missionari' in ogni tempo e soprattutto oggi? A chi si rivolge Gesù?
Dove è oggi il campo della missione: solo nei Paesi che non sono ancora venuti a conoscenza del Vangelo e, quindi, della loro chiamata alla santità ed alla felicità del Cielo, o anche tra di noi?
Sorge spontanea la domanda: noi, che ci chiamiamo cristiani, siamo ?terra di missione' o ?popolo missionario'?
Troppo spesso, proprio nel nostro Occidente sviluppato, si respira un'aria di completa ?ignoranza della Parola del Vangelo', tanto che nasce il dubbio: non saremo forse noi da evangelizzare?
Sarà colpa di tanti fattori, della Chiesa, che non ha saputo trovare i modi per evangelizzare, o della famiglia, o...di tutti?
Un caro amico missionario mi confessò un giorno: ?Quanta poca fede c'è tra voi, al contrario della mia gente, in missione, che, non solo crede e sa a Chi crede e quale impegno contiene la fede, ma per la quale credere è grande festa: festa di una vita con Cristo!'.
Paolo VI, vero appassionato di Cristo, così ci ?provoca' ed annuncia:
"Se io domandessi agli uomini del nostro tempo: chi ritenete che sia Gesù Cristo? Come Lo pensate? Ditemi: chi è il Signore? Chi è questo Gesù che noi andiamo predicando da tanti secoli e che riteniamo, ancora più necessario della nostra vita, annunciarLo alle anime?
Alla domanda, alcuni, molti, non rispondono, non sanno che dire. Esiste come una nube - e questa è opaca, pesante - di ignoranza che preme su tanti intelletti. Si ha una cognizione vaga di Cristo, non Lo si conosce bene: si cerca, anzi, di respingerLo. Al punto che all'offerta del Signore di voler essere, per tutti, Maestro e Guida, si risponde di non averne bisogno e si preferisce tenerLo lontano. Quante volte gli uomini respingono Gesù e non lo vogliono sui loro passi, lo temono più che identificarlo e amarlo. C'è persino chi urla contro Cristo: "Via!" - è il grido blasfemo alla croce! - Non c'è posto per Iddio, né per la religione: si affannano a cancellare il Suo Nome e la Sua Presenza. Tale è il contenuto di questo laicismo sfrenato che incalza fino alle porte delle nostre chiese e che in tanti Paesi, ancor oggi, infierisce.
Noi, che ci diciamo di Cristo, abbiamo questo grandissimo e dolcissimo Nome da ripetere a noi stessi; noi che siamo fedeli; noi che crediamo in Cristo, ma...noi sappiamo bene chi è?
Sapremo dirGli una parola diretta ed esatta; chiamarlo veramente per nome: chiamarLo Maestro, Pastore; invocarLo quale Luce dell'anima e ripeterGli: Tu sei il nostro Salvatore?". (Palo VI, 14 marzo 1964)
In queste parole di Paolo VI c'è davvero la passione che lui, come tutti i veri discepoli, sentono e vivono. È la passione che spinge tanti a rispondere alla chiamata di Dio di andare là dove Dio non è conosciuto e quindi amato: i nostri missionari.
Commuove la loro ?passione' di ?andare' e portare la conoscenza di Gesù ai confini della terra, a volte con il rischio della propria vita... insieme ai loro fedeli, in tante parti del mondo, anche oggi!
Non ci siamo mai chiesto perché, quando i missionari tornano tra di noi, per un momento di riposo, si sentono a disagio nel respirare la nostra ?aria'?
Forse perché è un'aria di benessere, che tante volte ha lambito, se non invaso totalmente, le nostre case e,...anche i nostri cuori, diventando ?aria di sufficienza', ma senza Dio?
Ritornano tra di noi e...già desiderano tornare tra ?i loro cristiani'.
Raccontano l'adattamento al clima e ai costumi, le difficoltà della loro gente, anche solo a sopravvivere, ma, soprattutto, la fede dei loro villaggi, la gioia delle comunità, che stravolgono tutte le nostre false sicurezze.
La gioia di ?entrare nella conoscenza di Dio' manca invece in molte nostre famiglie, dove, troppe volte, è calato il silenzio su Dio e così si rischia di essere cristiani solo nel nome.
Forse la missione dovrebbe proprio cominciare dalle nostre famiglie.
Forse, tante volte, anche noi sacerdoti non sappiamo trovare le vie o il modo appassionato di annunziare il Vangelo.
Ma dobbiamo tornare tutti al Vangelo, a cominciare da noi, dalle famiglie, a quanti dicono di amare l'uomo. È quello a cui ci esorta il grande evangelizzatore, S. Paolo, scrivendo a Timoteo: "Carissimo, rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l'hai appreso e che fin dall'infanzia conosci le Sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, esorta con ogni magnanimità e dottrina.". (2 Tim. 3, 14)
Accogliamo il grido di Gesù, nel Vangelo di oggi, Giornata Missionaria Mondiale, che fa davvero riflettere: "Ma il Figlio dell'Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?", suggerendo anche, nello stesso brano, la medicina da prendere': "Pregate sempre senza stancarvi." (Lc. 18, 1-8)
E non manchiamo di farci vicini', tutti, con la nostra generosità, ai missionari, perché possano mostrare l'amore del Padre verso i poveri tra cui vivono, usando delle nostre mani, e... preghiamo con le parole di Madre Teresa di Calcutta:
"O Signore, fa' sì che ogni uomo sulla terra conosca la Bibbia.
Suscita in loro la fame della Tua Parola e lascia che questa sia il nostro pane quotidiano.
Fa' che quanti sanno leggere, guardino al Vangelo con i propri occhi,
mentre quanti non sanno leggere, incontrino altri che leggano per loro."
Riascoltando le parole consolanti di Gesù, con cui lo stesso Papa Francesco conclude il Messaggio: "Coraggio, io ho vinto il mondo".

lunedì 14 ottobre 2013

Un raggio di sole

Un raggio di sole è sufficiente per spazzare via molte ombre (San Francesco d'Assisi). 

San Francesco ci riempie il cuore con una semplice frase che soddisfa il nostro bisogno maggiore: il bisogno della speranza. Le nostre vite sono spesso tribolate, grandi e piccole tribolazioni che generano in noi il panico, la paura vera di non farcela ad andare avanti, di non avere la forza necessaria per continuare a lottare. Per questo assistiamo a numerosi casi di depressione che, nei casi più tragici ed estremi, giungono al culmine del suicidio. 
Ma noi non dobbiamo mai smettere di lottare perché c'è un raggio di sole che spazza tutte le nostre ombre e questo raggio di sole è l'amore di Cristo che si manifesta in modi differenti, a volte con una parola dolce, a volte con un sorriso, a volte con una pacca sulla spalla, a volte con un aiuto insperato. Impariamo ad apprezzare il raggio di sole che illumina la nostra vita anche quando è avvolta dall'oscurità delle nubi: sappiamo che sopra le nuvole il cielo è sempre azzurro e che prima o poi il sole spunterà di nuovo illuminando e irradiando di calore le nostre vite! 
 

giovedì 10 ottobre 2013

Riscoprire la fede

Sono trascorsi un paio di anni dal mio disimpegno nell'aggiornamento di questo spazio, ma non è mai mancata la mia presenza anche e soprattutto grazie a molti lettori che hanno continuato a scrivermi ed a ringraziarmi per la presenza di questa piccola oasi nel mare non certo pulito della rete.
Negli ultimi giorni, alcune parole di un ragazzo mi hanno fatto riflettere al punto da spingermi a ritornare a prendere in mano l'aratro che avevo lasciato tempo fa per riprendere il lavoro di semina che, grazie a Dio, ha continuato a dar suoi frutti anche in questo periodo di sospensione.
Innanzitutto, un sussulto di umiltà mi ha spinto a cercare un nome a questo spazio che fosse lontano da un'impostazione troppo personalistica che contraddistingue già fin troppi spazi, con le conseguenze che si conoscono. In realtà, non ho duvuto riflettere a lungo perchè dopotutto l'emergenza che ci troviamo a vivere è sicuramente quella della crisi di fede che aveva spinto lo stesso Papa emerito Benedetto XVI a decretare l'anno della fede che ormai si avvia alla conclusione.
Il titolo "riscoprire la fede" è ciò che il cuore mi ha suggerito poiché si tratta di riscoprire un qualcosa che abbiamo smarrito, a volte relativizzato, altre volte piegato ai nostri piaceri, altre volte rinnegato.
Ognuno di noi deve sentirsi spinto alla ricerca della conoscenza, al ritrovamento della fede delle origini ed a condividere le proprie esperienze affinché possano esser utili per il lavoro di semina che riguarda ogni singolo cristiano.
Approfittiamo di questo speciale tempo che stiamo vivendo per riscoprire la fede sulle orme del Vangelo di Gesù!

domenica 11 novembre 2012

La carità verso i poveri deve essere generosità

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Il Vangelo è veramente la Buona Novella che sconvolge tutte le regole e i comportamenti, che sono sempre stati la linea da troppi ritenuta necessaria, per stare a galla nel nostro mondo.
La carità, che il Vangelo pone alla base di ogni scelta, è invece la capacità di guardare verso chi ci è vicino e soffre, per la malattia, per ogni tipo di sofferenza, o per non avere, a volte, il necessario per vivere. Di queste situazioni, anche se spesso sfuggono alla superficialità del nostro sguardo, abbonda ormai anche la nostra Italia.
Arroccati sulla nostra sicurezza, facciamo fatica a guardare oltre il nostro benessere e così non riusciamo più - o, peggio, non vogliamo - vedere chi ci sta vicino e forse sta male. È incredibile che questo possa accadere, ma avviene.
Ma come possiamo rafforzare la nostra fede o testimoniare la nostra carità, se non sappiamo neppure vedere le povertà?
Nel Vangelo, che la Chiesa ci offre oggi, c'è veramente la fotografia della nostra società e, se vogliamo, l'invito ad un esame di coscienza su qual è il nostro personale atteggiamento verso chi ci è vicino e non ha di che vivere. Il Vangelo ci dà una stupenda lezione...
"In quel tempo, Gesù (nel tempio) diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»". (Mc 12,38-44)
Colpisce l'atteggiamento di Gesù, che osserva chi, andando al tempio, fa laute offerte. Ma è proprio dall'offerta donata che Gesù indica il comportamento giusto.
Un giorno, dopo l'omelia, in cui avevo proprio parlato della carità, partendo dal Vangelo di oggi, in sacrestia mi raggiunse una signora, dalla presenza fragile e molto sobria. Si accostò e mi affidò un gruzzolo. Mi disse: 'Accetti questo, Padre. Sono i miei risparmi, ma mentre io questo poco che ho, altri non hanno nulla. Li dia a chi è più povero..., io mi aggiusterò'. Cercai di dissuaderla, ma non ci fu nulla da fare. Era felice della decisione presa e così di essere in pace con Dio.
Incredibile quella testimonianza, tanto simile all'immagine della vedova del Vangelo, che Gesù loda. Quel giorno avrà lodato anche colei che mi aveva dato i suoi risparmi per i più poveri.
Nel Vangelo di oggi Gesù, impietosamente, ma necessariamente, come fa il medico quando prende in cura un ammalato e lo vuole guarire, mette a nudo ciò che non è la verità dell'amore, quella cioè degli scribi, che 'amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere'.
Per Gesù la vera carità dimentica anche la propria sicurezza, per supplire il vuoto di tanti.
Del resto Gesù, Figlio del Padre, pur essendo Dio egli stesso, si è vestito concretamente della nostra miseria, vivendo la sua giovinezza nella dignitosa povertà di Nazareth, facendo dono della Sua Parola con i discepoli ovunque, in un continuo cammino, senza 'né pane, né bisaccia, né un tetto dove riposare', Non si è garantito nessuna sicurezza materiale: dormiva dove capitava, mangiava quando glielo permettevano o glielo offrivano e alla fine, per salvarci dalla nostra immensa miseria di peccatori, tagliati fuori dal Regno del Padre, ha dato veramente tutto, la sua stessa vita nell'umiliante crocifissione.
La sua vita è così diventata la testimonianza di come deve essere la nostra, pellegrini sulla terra: mai schiavi del benessere, ma sempre con il cuore che benedice Dio e gli occhi puntati su chi non ha, per amarli e, soprattutto, nell'amore ai fratelli rendere vero ed attivo il nostro amore al Signore, convinti che 'qualunque cosa farete ad uno solo di questi piccoli l'avete fatto a Me'.
Ai suoi discepoli che un giorno discutevano su chi avrebbe avuto i primi posti nel Suo Regno, Gesù ha risposto: 'Chi di voi è primo si faccia servo di tutti. Il Figlio dell'uomo, infatti, è venuto sulla terra non per essere servito, ma per servire'.
Il grande S. Agostino, consacrato vescovo, così interpretava le parole di Gesù:
'Da quando mi sono posto sulle spalle questo peso di cui dovrò rendere conto a Dio, sempre sono tormentato dalla preoccupazione per la mia dignità. La cosa più terribile nell'esercizio di questo incarico è il pericolo di preferire l'onore proprio alla salvezza altrui. Però se da una parte mi spiace ciò che sono per voi, dall'altra parte mi consola il fatto che sono per voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano'.
E aggiungeva: 'Aiutateci con la vostra preghiera e la vostra obbedienza, perché troviamo la nostra gioia non nell'essere vostri capi, quanto nell'esservi utili servitori'.
I Santi davvero sono la giusta immagine di quello che dovremmo essere tutti noi.
Ricordiamoci sempre che l'egoismo, ossia la nostra attenzione rivolta solo su noi stessi e le nostre necessità - fossero anche più che legittime - è un pericoloso impedimento, che ci rende ciechi e sordi di fronte alle povertà e sofferenze, non solo dei lontani, ma anche di coloro che ci sono vicini. La vera carità è invece saper vedere - anche oltre le spesse dignitose apparenze - chi è in difficoltà, è sapersi fare carico delle sue fatiche, è risvegliare in noi il senso della solidarietà e la capacità di donarsi: 'Quello che fate ad uno di questi piccoli, l'avete fatto a Me'... non dimentichiamolo mai! Incontrai una volta, all'aeroporto di Roma il carissimo don Tonino Bello, che penso tutti conoscerete per la sua vita, che è stata davvero un dono, fino alla fine, per i suoi amati fratelli, soprattutto se deboli o sofferenti. Doveva tornare in parrocchia, ma non aveva soldi per pagare il biglietto. Nessuno lo ascoltava. Mi feci vicino e fui subito colpito da questo sacerdote, dal suo atteggiamento serio, ma profondamente buono. Gli pagai il biglietto e diventammo amici.
Da vescovo fui ospitato nel suo episcopio ed ebbi conferma della prima impressione ricevuta, constatando la sua attenzione e, diciamo pure, preferenza verso i poveri.
Oggi tutti conosciamo la sua grandezza d'animo ed è divenuto per tanti, come lo fu per me, un maestro di vita, un testimone di santità nella carità.
Sono tanti, per il mondo, i cristiani veri che, come lui, operano seguendo i passi di Cristo, nella via della povertà e della carità, senza fare rumore.
Il beato Rosmini, fondatore dell'Istituto a cui appartengo, affermava che la povertà è il muro di sostegno della Chiesa. Ed è così oggi e lo sarà sempre.
Sono i poveri in spirito, secondo il Vangelo, che sanno dare tutto di sé, facendo splendere la Chiesa di Gesù, povero, ma ricco di amore.
Ricordo che un giovane medico, mio grande amico, un giorno, agli inizi del mio episcopato, vedendo la scala del vescovado sempre affollata di gente, che veniva a chiedere aiuto o la soluzione a qualche problema, mi disse: 'Quella processione di poveri è la più grande ed efficace predica che lei possa fare. Le auguro che sia sempre così. È un richiamo di cui abbiamo bisogno'.
Non resta che pregare Dio, perché torni nella Sua Chiesa e nella vita di ogni suo discepolo, quella povertà evangelica che ne è il fondamento e la più efficace testimonianza.

domenica 21 ottobre 2012

Il cristiano vero ama il servizio, non il potere

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Mi sono chiesto tante volte cosa spinga tanti uomini e donne a farsi avanti per essere sulle prime pagine dei giornali, delle riviste o della cronaca in genere, e non solo nel campo della politica o dell'economia o dello spettacolo, ma a volte in quello della violenza o della malavita organizzata.
Ed è emersa una risposta abbastanza evidente. Sono due le 'sirené che attraggono, seppur nascoste sotto modi e forme diversi: il prestigio e il potere È difficile sottrarsi alla tentazione del fascino di queste 'sirené! Se si ha l'occasione, ben volentieri ci si lascia sedurre.
Del resto 'l'occasione fa l'uomo ladrò è un detto della saggezza antica, quella che nasce da una lunga esperienza del vivere umano!
Il successo e il potere garantiscono di finire sulla bocca di tutti, di entrare nella vita di tanti e diventano un sogno per molti. Poco importa se, spesso, per arrivarci si debbano percorrere vie in cui si fa scempio di ogni rispetto alla giustizia, alla propria dignità morale, se si deve ignorare ogni sentimento di solidarietà verso gli altri, che invece, per noi che siamo di Cristo, sono valori che hanno il primo posto nella vita.
Dobbiamo esserne consapevoli: il prestigio e il potere, in ogni campo, esigono come prezzo di essere posti come principi di vita, da non mettere mai in discussione, se li si vuole raggiungere... anche se le conseguenze sono a volte devastanti: masse di affamati, moltitudini di emarginati, schiere di disoccupati, senza considerare il vuoto esistenziale, il deserto interiore, che una tale visione di vita, a lungo andare provoca in chi si è reso schiavo di tali 'sirené.
Il prestigio e il potere si rivelano 'padroni', che inaridiscono coloro che li seguono, rendendoli 'duri di cuore', fino a pretendere dagli altri un servizio, che è servilismo, distruggendo la meravigliosa condivisione e senso dell'uguaglianza nella dignità, che solo l'amore sa costruire.
Ricordo una visita in un carcere. Ero stato invitato da alcuni detenuti per un colloquio. Uno di loro mi fece attendere un'ora. Quando finalmente comparve, con una certa delicatezza, gli feci rilevare la non opportunità di un simile atteggiamento. La risposta fu brutale, di quelle che danno la misura di che cosa sia 'il trono', che ci si può costruire 'dentrò. Con fare sprezzante quasi mi urlò: 'Nessuno le ha mai detto chi sono io? Nessuno le ha mai parlato del mio potere? Sappia che ho ucciso più di 27 persone!'... e vi era un chiaro compiacimento in queste sue parole! Gli risposi: 'lo non ho mai torto un capello a nessuno. Sono qui, perché sono stato invitato da lei e dai suoi compagni, e la ringrazio. Forse ai suoi occhi, per questo mio servizio, sono un niente, ma ho scelto io di voler essere un niente senza morti, abbracciando come principio della vita il servizio'. Mi guardò con attenzione, con un senso di sufficienza, poi ebbe una reazione furibonda e, mentre uscivo, urlò: 'Questa sera non arriverà a casa'. Un vero delirio di chi si sente grande... a suo modo!?
Sappiamo tutti che la superbia è il grande male, iniziato all'origine della creazione dell'uomo, a causa dell'uomo stesso. I progenitori erano stati creati per la felicità, erano il primo frutto dell'amore del Padre... ed erano nello stesso tempo la nostra origine.
Dio permise che l'amore fosse messo alla prova, perché amare è sempre una scelta libera. Il demonio seppe ingannarli, facendo balenare ai loro occhi la possibilità di 'essere come Dio, disobbedendo': è la tentazione della superbia, ieri, oggi e sempre, perché i nostri pro genitori caddero e quel vizio è ora annidato in ogni uomo.
Il Vangelo di oggi ha una prima parte in cui affiora la voglia di emergere, del potere e dall'altra la risposta netta di Gesù: 'Chi vuoi essere primo tra di voi sarà servo di tutti '.
Ricordiamo sempre che tutto quello che Gesù, il Figlio dell'uomo, chiede, lo ha vissuto in prima persona: è la grande lezione nella lavanda di piedi agli Apostoli
"In quel tempo si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, dicendogli: 'Maestro noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo'. Egli disse loro: 'Cosa volete che io faccia per voi?'. Gli risposero: 'Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistrà. Gesù disse loro: 'Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?'. Gli risposero: 'Lo possiamo'. E Gesù disse: 'Il calice che io bevo anche voi lo berrete e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato'. All'udire questo gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù chiamatoli a sé disse loro: 'Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di loro il potere. Fra voi però non sia così, ma chi vuol essere grande tra voi sia il vostro servitore, e chi vuol essere il primo sia il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti'. (Mc. 10,35-45)
È evidente che i due apostoli, Giacomo e Giovanni, non ancora trasformati dallo Spirito, fino a divenire conformi al Maestro, ragionavano ancora come tanti di noi.
Immaginavano che, stando vicino al Maestro, se non proprio subito, ma in un prossimo futuro, ne avrebbero condiviso la 'gloria'. Ma non potevano sapere, né tanto meno comprendere ed accettare, da un punto di vista puramente umano, qual era il loro - e spesso il nostro - che la 'gloria' era nell'annientamento per amore, attraverso la passione fino al colmo dell'umiliazione sulla Croce. Affermava Paolo VI: 'Che l'umiltà sia un'esigenza costituzionale della morale del cristiano, nessuno lo può negare. Un cristiano superbo è una contraddizione nei suoi termini stessi'.
Se ci guardiamo dentro con sincerità troviamo in noi stessi tanti lati oscuri, al punto da riuscire a volte ad appannare persino ogni tentativo di superbia, per mascherarla. Siamo proprio nulla. Solo del bene che lasciamo operare da Dio in noi dovremmo vantarci.
Questo lo capivano e lo capiscono i grandi nello Spirito. Ho avuto la grazia di stare vicino a persone davvero 'grandi' agli occhi di Dio e degli uomini, proprio per la loro umiltà e confidenza nell'azione della Grazia, e sempre mi hanno colpito proprio per la loro semplicità di cuore, questa è la luce vera che effondevano ed effondono ancora.
Così come nulla rattrista ed allontana come la superbia.
Non resta a noi, che siamo di Cristo, che riconquistare quello spirito di verità che genera l'umiltà. Alziamo il nostro sguardo a Maria SS. ma.
Nessuna creatura al mondo è stata e sarà grande come Maria, scelta da Dio ad essere Madre del Suo Figlio. Leggendo il Vangelo appare tutta la sua umiltà, quella che le fa cantare: L'anima mia magnifica il Signore, perché ha guardato all'umiltà della Sua serva... Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e grande è il Suo Nome'.
Che ci aiuti Maria a voler essere umili, ossia graditi a Dio e quindi amati... anche se agli occhi degli uomini siamo considerati un nulla.
L'umiltà è verità e aiuta a guardare con mitezza e bontà, con speranza radicata in Dio, ogni espressione della vita.
Con questo spirito riflettiamo ancora con le parole di Paolo VI:
"Noi abbiamo passato in rivista i nomi gloriosi che qualificano la Chiesa: regno di Dio e città di Dio, casa di Dio, ovile e gregge di Cristo, Sposa di Cristo, e cosi via; come pure abbiamo nominato alcuni degli aspetti con cui si presenta l'attività della Chiesa: Chiesa orante, Chiesa missionaria e militante, Chiesa povera e sofferente; ecc.
Vi diremo ora che vi è un altro aspetto delle Chiesa in questo mondo, quello della Chiesa umile; della Chiesa, che conosce i propri limiti umani, i propri falli, il proprio bisogno della misericordia di Dio e del perdono degli uomini.
Sì, vi è anche una Chiesa penitente, che predica e pratica la penitenza; che non nasconde le proprie mancanze, ma le deplora; che si confonde volentieri con l'umanità peccatrice per trarre dal senso della comune miseria più forte il dolore del peccato, più implorante l'invocazione della divina pietà, e più umile la fiducia della sperata salvezza.
Chiesa umile, non nelle file del popolo fedele, ma altresì, e soprattutto, nei gradi più alti della gerarchia, che nella coscienza e nell'esercizio delle sue potestà, generatrice e moderatrice del Popolo di Dio, sa di doverle adoperare per l'edificazione e per il servizio delle anime; e ciò fino al grado primo, quello di Pietro, quello che definisce se stesso «Servo dei servi di Dio», e che sente, più d'ogni altro, la sproporzione fra la missione ricevuta da Cristo e la debolezza e l'indegnità propria, sempre ricordando l'esclamazione dell'Apostolo pescatore: «Allontanati da me, Signore, perché io sono uomo peccatore» (Lc. 5, 8).
E qui un fatto singolare e stupendo si presenta, quello della santità e dell'indefettibilità della Chiesa e della rappresentazione di Cristo in essa, anche quando gli uomini di Chiesa sono personalmente manchevoli.
La Chiesa di Pietro gode di un'assistenza di Cristo e d'una presenza dello Spirito Santo, che non consentono la prevalenza delle forze del male; e la Chiesa intera non cessa d'essere amata da Cristo anche nei più gravi momenti della sua umana fragilità, e di possedere nell'esercizio delle sue funzioni pastorali una santità strumentale, sempre capace di generare santità e salvezza «per l'edificazione del Corpo di Cristo» (Ef. 4, 12).
Questa osservazione, che ci condurrebbe allo studio delicato dell'azione del Signore nella sua Chiesa, ci autorizza a fare a voi, diletti figli e figlie, una raccomandazione.
Procurate di conoscere bene la Chiesa, di conoscerla meglio; ecco la raccomandazione. Non vi accontentate di impressioni superficiali, non giudicate la Chiesa soltanto dalla faccia umana e dalla veste esteriore, che essa presenta; conoscetela nella verità, nella ricchezza, nella profondità dei suoi molteplici aspetti, nel mistero umano-divino del suo essere interiore, nella santità e nella necessità della sua missione salvatrice".

domenica 14 ottobre 2012

Un invito rifiutato: Vieni e seguimi

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Il Vangelo di oggi contiene da una parte l'offerta di Gesù a stare con Lui sempre e dall'altra l'incredibile rifiuto. Si preferiscono le cose della terra all'incommensurabile valore di accettare l'invito di Gesù, ossia la vocazione, la piena realizzazione di se stessi.
È una pagina che fa meditare tutti, a cominciare da chi Dio sceglie e chiama a 'stare con Lui'. Leggiamola questa pagina: cogliamone la bellezza e la tragedia del rifiuto.
"Mentre Gesù stava per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e gettandosi in ginocchio davanti a lui gli domanda: 'Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?'.
Una domanda che la dice lunga sul desiderio di quel giovane di andare oltre le prospettive che offre il presente, incapaci di proiettarsi e proiettare verso l'eternità.
Gesù gli rispose: 'Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre.
Egli allora gli disse: 'Maestro tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza'.
Allora FISSATOLO, LO AMÒ e gli disse: 'UNA COSA SOIA TI MANCA: VA', VENDI QUELLO CHE HAI E DALLO AI POVERI E AVRAI UN TESORO IN CIELO, POI VIENI E SEGUIMI: Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni".
Credo sia necessario che ci fermiamo un momento per riflettere sull'invito e sul rifiuto: un invito a stare con Gesù, che certamente è la più grande ricchezza per l'uomo, ogni uomo, e la conseguente immaginabile tristezza del Maestro nel vedersi rifiutato, ma anche il dramma del giovane che gli volta le spalle 'perché aveva molti beni'. Ma non c'è confronto tra ciò che viene offerto e ciò che trattiene nell'accettare l'invito! Eppure è quello che avviene in tutti i tempi.
La reazione di Gesù non si fa attendere e la verità che proclama è terribile, e riguarda anche noi. "Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: 'Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno dei cieli!: I discepoli rimasero stupefatti a queste parole, ma Gesù riprese: 'Come è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco nel regno di Dio!'.
Ma i discepoli ancora più sbalorditi dicevano tra loro: 'E chi si può salvare?:
Ma Gesù, guardandoli, disse: 'Impossibile presso gli uomini ma non presso Dio! Perché tutto è possibile a Dio!: Pietro allora disse: 'Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Gesù gli rispose: In verità vi dico: non v'è nessuno che abbia lasciato casa, fratelli, sorelle o padre o madre o figlio campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case, fratelli, sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni e nel futuro la vita eterna (Mc 10, 17-30).
Un Vangelo stupendo, ma duro per chi lo rifiuta, per tanti, anche oggi.
Difficile comprendere il cuore dell'uomo, anche ai nostri giorni. Quando dico 'cuore' intendo sempre riferirmi alla sede delle nostre scelte, delle nostre preferenze, con cui poi indirizziamo non solo gli affetti, ma l'intera vita.
Troppo spesso il nostro cuore diventa un groviglio di interessi che, a volte, si affacciano e pretendono di avere il primo posto.
Al mattino forse preghiamo: 'Ti adoro, mio Dio, ti amo con tutto il cuore e sopra ogni cosa', poi ci accorgiamo di rincorrere tutto il giorno altri dèi, che sono gli interessi materiali cercati disordinatamente o, più semplicemente, il nostro egoismo e alla fine con amarezza, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo chiederci: 'Cosa o chi conta davvero nella mia vita e merita di essere amato veramente?' o meglio: 'Chi o cosa è l'amore a cui tengo di più, la mia vita, la mia forza, la mia felicità?'
Ci deve essere - credo - nel cuore di ciascuno CHI sì propone come sicuro amore, che sia come il respiro dell'anima. Era quello che cercava quel bravo giovane.
Era andato da Gesù attendendo non so quale risposta alla sua domanda: 'Maestro che devo fare per avere la vita eterna?'. Una domanda senza equivoci. Non chiedeva cosa fare per avere una buona salute o fortuna o altro, che è frutto di questa terra. Chiedeva quello che l'avrebbe reso eterno. Un'esigenza che è in tutti. Assediati da tante offerte terrene, illusorie e fallaci, forse in qualche momento di serenità e di fede, tanti si pongono la stessa domanda. In fondo è la domanda essenziale, che dovrebbe interessare e indirizzare lo stile della nostra vita: una domanda che non trova risposta in questa misera terra, che può dare soddisfazioni, come la salute, la fortuna o la ricchezza, ma non un 'senso', né tanto meno la verità della vita, che nasce per tornare nell'eternità.
Solo Dio, da cui proveniamo, conosce la risposta e suggerisce il cammino, ossia la nostra vocazione.
Ma scrive, giustamente, Paolo VI: "Tra la chiamata di Dio e noi c'è sempre il dono della libertà. Non può esserci amore vero, che non sia fondato sulla libertà nel donare o accettare le scelte. Per libertà intendiamo l'oblazione personale e volontaria alla causa di Cristo e della sua Chiesa. Non vi possono essere vocazioni se non libere; la vocazione è offerta spontanea di sé. Oblazioni, diciamo, e qui sta praticamente il vero problema. Come, per esempio, avrà ancora oggi la Chiesa l'offerta di giovani vite, che si consacrano al suo servizio? Il mondo della religione non ha più le suggestive attrattive di un tempo: in certi ambienti è un mondo screditato dall'ateismo ufficiale e di massa, o dall'edonismo diventato ideale di vita; è un mondo senza ideale di vita, reso quasi incomprensibile alla psicologia delle giovani generazioni. Eppure la Chiesa attende, chiama, chiede. Chiama la gioventù specialmente, perché sa che i giovani hanno ancora udito buono ad intendere la voce. È una voce che invita alle cose difficili, alle cose eroiche, alle cose vere. È una voce umile e penetrante di Cristo, che dice oggi, come ieri, vieni!
La libertà è posta al suo supremo cimento, quello appunto dell'oblazione, della generosità, del sacrificio" (aprile 1968).
Ed ha ragione: oggi le voci di aiuto per una vita dignitosa, che conosca la verità del suo esistere, la ricerca della vera felicità sono tante. Direi che sono la domanda di tutti: non si può far finta di non sentirla. Pericoloso voltare le spalle a Dio che chiama - attraverso questa urgenza dei nostri fratelli -per preferire ciò che non è voce di verità, ma solo affezione a cose che passano e sono davvero poco o nulla davanti alla vita eterna.
Mi piace ricordare che la vocazione si estende anche ad ogni genere di vita e sono tante e diverse le vocazioni a cui Dio chiama: ne è pieno, per fortuna, il mondo e sono così belle e variegate da costituire il meraviglioso 'arcobaleno' che brilla già nel cielo di quaggiù.
Ogni vocazione chiede con libertà di essere accettata e vissuta, come è ad esempio nel matrimonio. È vero che oggi i matrimoni molte volte non conoscono la loro natura di vocazione di Dio... e vanno in frantumi al più piccolo urto!
Per cui mi commuove ogni volta celebro le nozze d'oro o d'argento, che sono la festa del sì coraggioso e libero alla vocazione del matrimonio.
E piace ricordare quello che mi disse un giorno papà, in un momento di dialogo - ero già sacerdote - "Sono 35 anni che vivo il matrimonio con tua mamma. Ma ogni giorno è come il primo. E sento che senza di lei la mia vita sarebbe un vuoto incolmabile, quasi da chiedermi: perché vivo?'. A dieci anni ero chierichetto nella mia parrocchia ed un giorno venne a impartire le cresime il cardinal Schuster. Lo accompagnavo in tutti i passi ed era per me 'Dio sulla terrà. A bruciapelo, entrando nella casa canonica mi chiese se non mi sarebbe piaciuto essere prete. Restai confuso. Nei giorni successivi continuò ad essere una voce che mi accompagnava in attesa di una risposta. Alla fine dissi sì. Ora guardo ad una vita spesa totalmente al servizio di Dio e della Chiesa, possibile solo perché quel sì non è stata solo una 'mia' risposta, ma la certezza donatami di essere sostenuto dalla incredibile grazia di Dio che mi aveva chiamato.
Tutti conoscete la mia vita forgiata dalla grazia nella vita religiosa, il cammino tra la gente del Belice e di Acerra. In quel giorno in cui dissi sì, mai avrei potuto lontanamente immaginare quello che Dio aveva progettato per me. Mi ha chiesto tanto, ho sofferto, ho sentito a volte il peso della croce, ma sempre con la fiducia che mi bastava prendere la Sua mano e seguirLo. Ora sono felice, sereno. Quando mi chiamerà avrò di buono quel sì, mai tradito né rinnegato, per Sua Grazia. È l'unica ricchezza che posso offrirGli.
Non mi resta che pregare perché le famiglie educhino i figli ai grandi sì a Dio, quando manifesta la Sua volontà. Prego per i giovani, perché sappiano essere generosi e aperti nel fare della vita un sì, senza ma, al bene che il Padre propone ed è nei Suoi progetti.
E prego per i sacerdoti, i consacrati, che testimonino con la gioia e la santità la bellezza dell'essere stati chiamati e di aver avuto la grazia di seguirLo.
Ricordiamocelo sempre: noi, 'scelti e chiamati' siamo le 'sentinelle di Dio'.
Una preghiera alla Madonna:
"Maria, donna del sì, noi intuiamo che il mistero del primo incontro con l'Altissimo è legato a quello della croce: uno spiega l'altro, uno è radice dell'altro, ma non abbiamo sempre il coraggio di vivere le conseguenze del tuo sì. Donaci di comprendere le radici misteriose dell'amore, che ti ha unita al Padre e al Figlio e insieme a tutti noi, perché anche noi impariamo a dire il nostro umile sì
alla vita, alla giustizia, alla solidarietà, a Dio".

domenica 7 ottobre 2012

L'uomo non separi mai...

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Anzitutto mi sembra doveroso gioire con voi, perché sappiamo che la nostra Patria è sotto la protezione di S. Francesco d'Assisi: il santo che tutti veneriamo con particolare devozione e sotto la cui protezione mettiamo la nostra Italia, che ha davvero tanto bisogno della sua protezione e guida. Francesco, il santo della perfezione evangelica radicale, ha portato in primo piano la bellezza della beatitudine di 'sorella povertà', che era poi lo stile di vita di Gesù.
In un tempo in cui pare che la ricchezza sia l'idolatria di molti, è giusto affidarci a lui, per renderci, con la sua intercessione, capaci di maggior sobrietà, più poveri in spirito e, quindi, diventare davvero uomini di vera pace.
Così come è bello ricordare che il mese di ottobre è il mese del S. Rosario.
Ci conduce per mano, nelle nostre riflessioni, il nostro Paolo VI, che così commenta:
"Il Rosario è un'educazione alla pietà religiosa, più semplice e popolare e allo stesso tempo più seria e più autentica: insegna a unire l'orazione con le azioni comuni della giornata; santifica le vostre amicizie e le vostre occupazioni, vi abitua a unire le parole della preghiera al pensiero, alla riflessione sui misteri del Rosario; e questi, che si presentano come quadri, come scene, come racconti, l'uno dopo l'altro, vi portano alla storia della vita di Gesù e di Maria e alla comprensione delle più alte verità della nostra religione: l'Incarnazione del Signore, la Sua redenzione, la vita cristiana presente e futura. È una scala, il S. Rosario, e voi vi salite insieme, adagio adagio, andando in su, incontro alla Madonna, che vuol dire incontro a Gesù. Perché questo è uno dei caratteri del Rosario, il più bello di tutti: è una devozione che attraverso Maria ci porta a Gesù. Si parla di Maria per arrivare a Gesù... Quante grazie porta questa devozione 'associatà! Sono grazie per voi, grazie per la vostra famiglia, grazie per la vostra città. Voi potete arrivare a confortare, con il Rosario, i malati, salvare i moribondi, convertire i peccatori, aiutare i missionari, liberare le anime del Purgatorio" (maggio 1964).
Porto con me, sempre, fin da ragazzo, la corona del S. Rosario, come a confermare alla Mamma Celeste il mio affetto e il mio bisogno di essere protetto. È la bella educazione ricevuta in famiglia, quando, da piccoli e più avanti, a sera, ci si ritrovava, come piccola chiesa, a recitare il S. Rosario. Mi ha commosso tanto, un giorno, accompagnando il Papa Giovanni Paolo II, per le scale della Sacra di S, Michele, vederlo sgranare ad ogni scalino la corona del S. Rosario: era la sua 'compagnia' quotidiana.
E veniamo al Vangelo di oggi, tanto necessario per avere idee chiare sul sacramento del matrimonio.
Difficilmente il Vangelo si sofferma a valutare singolarmente i fatti, che compongono, anche in modo sostanziale, la nostra vita. Gesù pare abbia a cuore essenzialmente - e non può essere diversamente, Lui, il Figlio di Dio venuto tra noi, uomo tra gli uomini, con tutti i nostri problemi - di offrirci la conoscenza della ragione del dono della vita che, ricordiamocelo sempre, ha di mira la salvezza eterna. Lì c'è la risposta per ciascuno di noi, ossia l'invito alla felicità eterna.
Ed è logico che in tale risposta trovi la sua collocazione il matrimonio, che è la vocazione più 'comuné alla santità.
Racconta il Vangelo oggi:
"Avvicinatisi dei farisei per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: E' lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?. Ma egli rispose loro: Che cosa vi ha ordinato Mosè. Dissero: Mose ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla.
Gesù disse loro: Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma, Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina, per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una cosa sola. L'uomo non separi mai ciò che Dio ha congiunto" (Mc 10, 2-16).
In fondo Gesù conferma solennemente quanto racconta la Genesi:
"Il Signore disse: 'Non è bene che l'uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile'. Allora il Signore fece scendere un torpore sull'uomo che si addormentò: gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò, con la costola che aveva tolto all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: 'Questa volta essa è carne della mia carne, ossa delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata toltà. Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola" (Gen 2, 18-24).
Così il matrimonio è essere 'scelti', chiamati a vivere il grande dono della carità, giocandosi tutto l'uno per l'altra.
Avete mai osservato quale enorme differenza passi tra una sia pur profonda amicizia, tra persone che sono, se buone, graditissimo dono del Signore - Amico e Padre per eccellenza - e l'amore tra due coniugi?
Un'amicizia è partecipazione del bene che si è e si ha, ma non coinvolge tutta la persona, non fa mai, in una parola, dei due amici una carne sola.
Nell'amicizia si conserva e si rispetta integralmente la libertà dell'altro: ci si può volere bene immensamente, ma non ci si appartiene.
Nel matrimonio l'amore fra due coniugi è totale, fino al dono della propria carne, realizzando la ragione che è nella creazione.
Al coniuge si offre tutto di se stesso, come dono meraviglioso e gratuito.
E tale dono realizza un'unione, che dovrebbe essere irreversibile, per l'eternità: a: un'unità che si costruisce lentamente, a volte facendo esperienza della croce.
Un tale amore è sempre condivisione della vita, anche nelle piccole scelte quotidiane, fino a diventare 'carne della mia carne, ossa delle mie ossa'. L'amore nel matrimonio non può mai essere un evento occasionale della vita, da usare e gettare, ma richiede una virtù che oggi pare sconosciuta, la fedeltà 'fin che morte non ci separi', per poi essere uniti un giorno per sempre.
Così si esprime il Concilio Ecumenico Vaticano II nel documento 'Chiesa e mondo':
"Però non dappertutto la dignità del matrimonio - ripeto fondata sull'amore che ne è il grande cardine, la pietra angolare - brilla con identica chiarezza, perché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale - che dovrebbe essere, ripeto, la pietra angolare - è molto spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e usi illeciti contro la generazione. Tuttavia il valore e la solidità del matrimonio e famigliare prendono risalto dal fatto che le difficoltà, molto spesso, rendono manifesta in maniera diversa la vera natura dell'istituto stesso" (n. 48).
E perché il matrimonio giungesse al suo compimento, Dio ha voluto che l'amore tra i coniugi diventare un sacramento, ossia uno strumento di santificazione; ha voluto, cioè, dargli il senso delle cose sante, quelle in cui opera Lui stesso accanto all'uomo. Per cui i coniugi sanno di poter contare su una 'grazia di stato', ossia sulla grazia del matrimonio, sacramento che fa superare tante difficoltà, ossia sentire Gesù farsi partecipe della vita matrimoniale.
Quando questa 'compagnia' è vissuta con fede, spiega molto bene la riuscita di tante famiglie, la gioia e la serenità che riscontriamo in sposi che hanno la fortuna di celebrare le 'nozze d'argento o d'orò. Altro infatti è camminare 'insieme', ma con la compagnia di Gesù.
C'è una spiritualità del matrimonio che è fondamentale e a cui si dovrebbero educare i giovani fidanzati nella preparazione al matrimonio.
Il grave difetto dei matrimoni, oggi, è proprio qui: tanta esteriorità, nella celebrazione, senza la dovuta serietà nella preparazione. In fondo è il cuore che va ricondotto alla bellezza della sua donazione totale nel matrimonio, infatti è proprio il cuore che viene travolto da mille errori, che non gli permettono di accostarsi al grande sacramento con quella apertura al dono, sempre, che sarà il fondamento della felicità.
Da qui le crisi profonde che caratterizzano tante famiglie, che si fanno e disfano con la facilità con cui si cambia un vestito. Ma tra persone umane, se davvero mature nel cuore, non ci si può trattare come fossimo 'oggetti' a cui, al mattino, si può dire adoro e, alla sera, 'non ti sopporto più'. Sicuramente troppo spesso si confonde la sessualità con l'amore, ma l'una deve essere ai servizio dell'altro, e mai senza l'altro.
La persona umana, uomo o donna, - se matura nel cuore, ripeto ? è come 'la vite' evangelica: si fa innestare nell'altro fino a diventare una cosa sola.
L'amore è la sublimità, difficile se si vuole, di rimanere nell'altro ? senza negare se stesso ? fino a diventare 'uno', ma se è reciso fa morire la vite stessa.
Gesù questa immaturità nell'amore la chiamava e la chiama 'durezza di cuore': per questa Mosè aveva concesso il ripudio.
Come fare per affrontare questa insidia contro l'amore e quindi contro il matrimonio?
Anzitutto dovrebbe essere conosciuto e rivalutato il ruolo dell'amore e non soffermarsi solo sugli aspetti sessuali.
Così l'apostolo Paolo descrive la aratura dell'amore - una regola per tutti -:
"L'amore è paziente, benigno è l'amore; non è invidioso l'amore; non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode delle ingiustizie, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L'amore non avrà mai fine" (1 Cor 13, 4-9).
E come riuscire, senza paura, a fare della propria famiglia, ai cui centro sono gli sposi, qualcosa di bello, come 'una piccola chiesa domestica'?
Preghiamo, oggi e sempre, per tutti gli sposi e per le nostre famiglie:
"Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
noi ti rendiamo grazie e benediciamo il Tuo santo nome;
Tu hai creato l'uomo e la donna e hai benedetto la loro unione, perché l'uno fosse per l'altro aiuto e appoggio.
Accorda agli sposi (a noi sposi) di vivere insieme lungamente nella gioia e nella pace,
perché i loro (nostri) cuori aiutino a salire verso di Te, che sei l'Amore, per mezzo del Tuo Figlio Gesù, nello Spirito Santo. Sempre. Amen".

domenica 30 settembre 2012

Guai a chi dà scandalo!

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Le parole, che oggi Gesù ci offre, sono un serio motivo di riflessione.
Pesa quel 'Guai a chi dà scandalo'. È un male che colpisce e può lasciare il suo marchio per la vita.
Leggiamo subito il Vangelo di Marco:
"In quel tempo, Giovanni rispose a Gesù dicendo: 'Maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri. Ma Gesù disse: 'Non glielo proibite, perché non vi è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel nome mio, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa'.
E dopo avere fatte queste meravigliose affermazioni, che aprono tanto spazio a chi fa il bene ? e ce ne sono tanti anche oggi, per fortuna ? Gesù irrompe con un discorso duro, ma di grande attualità: un richiamo che mette rende tutti noi vigili e ci impone di interrogarci se per caso abbiamo comportamenti che meritano 'Guai! '.
"Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato in mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo, è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, càvalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo che essere gettato con due occhi 'nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue". (Mc. 9, 37-47)
La Parola di Dio davvero scombina le nostre posizioni, in un tempo, oggi, in cui ? è incredibile ed assurdo - 'fare scandalo è di moda', è diventato come un modo di affermarsi.
Ognuno di noi, venendo alla vita, in fondo ? anche se si crede autonomo ed autosufficiente - è 'quel' bambino, di cui parla l'evangelista Marco: un piccolo essere, fragile, povero, inesperto, condizionabile, esposto alla tempesta dello scandalo che può abbattere in lui, a volte precocemente, ogni desiderio di 'grandi prospettive', come ci offre il Maestro, così come può essere aiutato ad aprirsi al bene che, lentamente, può fare crescere in lui e rassodare grandi virtù, che è poi l'abito della santità con cui Dio adorna i suoi figli che tanto ama.
E suscita grande tenerezza il Vangelo, quando ci presenta 'Gesù, che prende un bambino tra le sue braccia, - come a difenderlo -, lo mette in mezzo alla gente ed afferma: 'Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me'.
E suscita grande tenerezza il Vangelo, quando ci presenta 'Gesù, che prende un bambino tra le sue braccia, - come a difenderlo -, lo mette in mezzo alla gente ed afferma: 'Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me'.
È come se Gesù volesse trattenere tra le sue braccia la debolezza di chi desidera essere difeso dalle tentazioni dello scandalo.
La realtà è che oggi, tutti, senza distinzioni, viviamo in questo mondo che pare non abbia più alcun pudore nello sfasciare ciò che è veramente bello agli occhi di Dio, per imporre le mostruosità del vizio, dell'egoismo, che sono la triste immagine del dominio del male che vuole imporsi e si impone con gli scandali sempre più numerosi.
Scriveva il caro Paolo VI, nel settembre 1964:
"Innanzitutto voi non troverete più nel linguaggio della gente perbene di oggi, nei libri, nelle cose che parlano degli uomini, la tremenda parola che invece è tanto frequente nel mondo religioso, la parola 'peccato'. Gli uomini nei giudizi odierni, non sono più chiamati peccatori. Vengono catalogati come sani, malati, bravi, buoni, forti, deboli, ricchi, poveri, sapienti, ignoranti, ma la parola 'peccato' non si incontra mai. E non torna perché, distaccato l'intelletto umano dalla sapienza divina, si è perduto il concetto di peccato. Pio XII affermava: 'Il mondo moderno ha perduto il senso del peccato', che cosa sia, cioè, la rottura dei propri rapporti con Dio. Il mondo non intende più soffermarsi su tali rapporti. Cosa dice a volte la nostra pedagogia: 'L'uomo è buono: sarà la società a renderlo cattivò. Viene adottata, come nonna, una indulgenza molto liberale, molto facile, che spiana le vie ad ogni esperienza, come se il male non esistesse. Ma come a contraddire tutto questo, guardate se c'è un filo ottimista nella produzione moderna; guardate se nei premi letterari, c'è un solo libro presentabile, che dichiari essere l'uomo buono, che esistono ancora delle virtù. Dilaga, al contrario, l'analisi del tanfo, della perversione umana, con la tacita, ma inesorabile sentenza che l'uomo è inguaribile. Ma Gesù vede e guarda a noi, che siamo povera gente, con tanti malanni, pronto a guarirci e ridarci quella veste del 'bambino' che è la vera grandezza nostra".
Eppure lo scandalo è un vero trauma dell'anima di chi lo riceve: un trauma che a volte incide nel profondo del cuore, dando un corso diverso e sbagliato ad un'intera esistenza. Un vero attentato all'anima.
Chiunque di noi abbia conservato un retto giudizio della vita, sa che è sopportabile e meno dannoso un incidente, che in qualche modo mutila il nostro corpo, di uno scandalo che intacchi l'integrità del cuore.
Oggi, anche S. Giacomo usa toni duri, come a darci la sveglia, se abbiamo permesso che 'le mode' ci addormentassero la coscienza.
"Ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme, il vostro oro e argento sono consumati dalla ruggine; la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!
Ecco il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti.
Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza". (Gc. 5, 1-6) Davvero viene voglia di uscire da questo 'mondo', per assaporare la bellezza della virtù, della bontà. E c'è, per grazia di Dio, tanta, ma tanta gente semplice, che sa ancora conservare la bellezza e la dignità dell'anima e della vita, come un tesoro che dà felicità.
Ricordo, un giorno, parlando in cattedrale proprio su questo tema: Guai a voi, ricchi!, al termine dell'omelia verme una signora, che aveva sul volto, sfatto dalla fatica, una luce, come un riflesso del cielo. Conservava, per la sua vecchiaia, un gruzzolo, che teneva gelosamente custodito. Volle a tutti i costi privarsi di quel poco che aveva risparmiato.
E a me, che cercavo di far capire che il suo non era uno scandalo, ma una necessità, rispose: 'Voglio avere un cuore libero da tutto e così assaporare la gioia di avere in cambio due ali che mi facciano volare verso Dio'.
Ce n'è, più di quanto pensiamo, di questa brava gente. Proprio vero il proverbio che afferma: 'Fa molto rumore l'albero che cade: è silenziosa la foresta che cresce'.
Se è vero che lo scandalo tiene banco nella comunicazione e nel mondo, è altrettanto vero che è 'la forestà a farci sentire cittadini del Cielo.
Ci rattrista che nella mentalità di oggi non faccia meraviglia che ci sia chi offre scandalo, ma, proprio per questa tendenza, purtroppo generalizzata, suscita ancor più profondo stupore, chi vive con coerenza la propria vocazione alla santità: è il salutare 'scandalo evangelicò, inteso come verità di vita.
Quanta gente buona incontro ed ogni volta è sentire che Dio è con noi meravigliosamente.
Per la mentalità del mondo ? stupidamente ? fa scandalo la ragazza intelligente, che non si piega alla moda senza pudore, l'imprenditore onesto che rispetta l'operaio, come fosse un fratello e non una cosa, il giovane retto che non ci sta ai compromessi con il vizio.
Credo proprio che oggi, forse più di un tempo, si avverta in tanti il desiderio di svincolarsi da una mentalità disonesta, che brucia ogni dignità e bellezza del cuore, cercando 'l'aria pulita di una condotta intelligente ed onestà.
Quando si ha un cuore tanto aperto, Dio sa immediatamente trovare la strada per accostarsi e ci attende l'abbraccio di Gesù, che ci vede tornare 'bambini'....da Regno dei Cieli!
Scrive Mario Luzi in Nostalgia di Te:
"Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra: ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto,
tra gente povera, amabile e tante volte esecrabile. Il cuore umano è pieno di contraddizioni, ma neppure un istante mi sono allontanato da Te. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa...
Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco? Il terrestre l'ho fatto troppo mio o troppo poco?
Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l'ho discussa.
Sii indulgente, Ti prego, con la mia debolezza.
Ma da questo stato umano d'abiezione, vengo a Te, nella mia debolezza. Comprendimi!
Quando saremo in Cielo ricongiunti, sarà stata grande prova ed essa non si perde nella memoria dell'eternità".

domenica 23 settembre 2012

Essere ultimo e servo di tutti

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Ci sono piaghe dolorose, che ci portiamo addosso tutti e che ereditiamo dal peccato originale.
Nel paradiso terrestre, che ci era stato donato, dove regnava l'amore pieno, mise piede un giorno il serpente. Dio permise che i nostri progenitori fossero messi alla prova, perché così è giusto che sia, nella natura dell'amore, che è libero: una prova che consisteva nella scelta tra Dio e se stessi. Obbedienza e umiltà o orgoglio e superbia.
Sappiamo tutti come finì. Davanti alla tentazione di poter 'essere come Dio', solo attraverso la disobbedienza, non seppero resistere al fascino maledetto che è 'sentirsi grandi e potenti, come dei'. Non si accetta la realtà del nostro essere creature: l'uomo in sé è davvero piccolo e misero, insufficiente, ed acquista bellezza e dignità solo se sa riconoscere la sua miseria e fa posto a Chi è grande e da Cui sgorga la vera grandezza.
È terribile il male della superbia. È tragica la corsa che si fa in ogni capo per affermare una grandezza che è solo esteriore, se non addirittura dannosa. Così abbiamo le 'grandi potenze', i 'grandi' della terra, i 'famosi', ma tutti constatiamo come spesso questa 'corsa' produce solo tanta povertà e tanta, ma tanta, gente che è umiliata, al punto da sentirsi ed essere considerata nulla: l'esercito dei miseri e dei poveri della terra, sgabello dei cosiddetti 'grandi'.
Dobbiamo essere sinceri con noi stessi: chi di noi non sente il 'veleno' del serpente, che è l'orgoglio?
Nessuno vuole vestire l'abito 'dell'ultimo', ma solo quello 'del primo'... anche se poi la vera grandezza si scopre proprio negli ultimi: 'Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente? perché ha guardato all'umiltà della Sua serva', proclama Maria SS.ma.
Fa sempre tanta pena incontrarsi con chi non fa proprio nulla per nascondere la sua superbia, così come è quasi un toccare con mano la bellezza del Cielo, vivere ed incontrare chi ha il divino candore dell'umiltà, sa riconoscere il proprio nulla - pur essendo magari ricco di qualità e pregi umani - e fa posto a Chi davvero è tutto, diventando 'gloria del Dio vivente'.
È il Vangelo di oggi, come la lettera di Giacomo, ad aiutarci ad entrare nel mondo degli 'ultimi', che agli occhi di Dio sono 'i primi'.
Narra l'evangelista Marco:
"Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva i suoi discepoli e diceva loro: 'Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno: ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risorgerà'.
Ma essi non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazione.
Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa chiese loro: 'Di che cosa stavate discutendo lungo la via?: Ed essi tacevano.
Per la via infatti avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: 'Se uno di voi vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti. E preso un bambino lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: 'Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me, ma chi accoglie me, non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato" (Mc 9, 29-36).
Queste ultime parole mi fanno passare davanti agli occhi tanti bambini del nostro tempo, non nati, rifiutati, affamati, percossi, rimandati, dopo giorni sui barconi degli immigrati, senza capire, a morire 'a casa lorò!
Di fronte a questi bambini, per noi a nulla valgono le parole di Gesù: 'accogliendoli, non accogliete Me, ma Colui che mi ha mandato'.
Mi incontrai un giorno con alunni di una scuola media, per un 'botta e rispostà spontaneo, che svelasse ciò che gli adolescenti pensano della vita, della fede, di tutto insomma.
Erano ragazzi e ragazze, che nulla facevano per nascondere il loro 'culto del benessere'. Forse papà e mamma erano persone 'importanti'. Il dialogo si avviò con difficoltà, anche perché i ragazzi non sapevano cosa chiedere ad un vescovo, tanto più che ero stato presentato come uno 'che sta dalla parte degli ultimi' e, amando i poveri, passavo per 'un povero Cristo'.
Tentai allora di avviare un dialogo con la descrizione dei valori della vita e, soprattutto, del grandissimo valore della presenza di Gesù nella nostra esistenza.
Gli occhi di quegli adolescenti erano puntati su quello che dicevo e per loro era davvero un discorso duro e sconosciuto. A bruciapelo feci questa domanda: 'Chi vorrete essere nella vita da grandi?'. In coro fecero nomi di persone ricche e famose, che per lo più non conoscevo.
Credendo di non essere stato capito, formulai in altro modo la domanda: 'Ammettiamo che voi desideriate veramente la vostra felicità, che è nella grandezza di essere figli di Dio. Vorreste essere come S. Francesco d'Assisi, che da ricco divenne povero per sua scelta, o come uno sceicco d'Arabia che da povero divenne ricchissimo e famoso?'. Questa volta la risposta fu fulminea e quasi corale: 'Lo sceicco!'.
Quello che ho raccontato potrebbe sembrare un fatto isolato, che riguarda solo alcuni, che vanno compassionati. Ma nella storia dell'umanità si è sempre giocato al tragico 'essere primo', ossia il più importante, riducendo il senso della vita al potere, al successo, al prestigio.
Lo stesso Gesù, nel deserto, fu tentato da satana a fare la parte del 'grande'. E furono tentati gli stessi discepoli, che non capivano il discorso di Gesù, che parlava di crocifissione, ossia consumarsi tutto, essere umiliato fino alla morte, per farci dono poi della resurrezione.
Cosi parlava dell'umiltà Paolo VI: ?L'uomo, nella concezione e nella realtà del cattolicesimo, è grande, e tale deve sentirsi nella coscienza, nel valore della sua opera, nella speranza del suo finale destino. Ma i suoi pensieri, il suo stile di vita, il so rapporto con i suoi simili, gli impone nello stesso tempo di essere umile. Che l'umiltà sia una esigenza, potremmo dire costituzionale, della psicologia e della moralità del cristiano, nessuno potrà negarlo.
Un cristiano superbo è una contraddizione nei suoi stessi termini. Se vogliamo rinnovare la vita cristiana, non possiamo tacere la lezione e la pratica dell'umiltà...
L'apparente contraddizione fra umiltà e dignità del cristiano, ha nel Magnificat, l'inno di Maria SS.ma, l'umile tra tutte le creature, la più alta soluzione.
E la prima soluzione è data dalla considerazione dell'uomo davanti a Dio.
L'uomo veramente religioso non può non essere umile. L'umiltà è verità.
S. Agostino che dell'umiltà ha un concetto sempre presente nelle sue opere, ci insegna che l'umiltà è da collocarsi nel quadro della verità. ?Siamo piccoli e per di più siamo peccatori. - scrive S. Pietro - sotto la mano potente di Dio, affinché vi esalti nel tempo della sua visita; ogni nostra ansietà deponetela in Lui, perché Lui ha cura di voi'.
Sono due i malanni della psicologia umana, colpevoli delle rovine più estese e più grandi dell'umanità: l'egoismo e l'orgoglio.
È allora che l'uomo fa centro su se stesso nella estimazione dei valori della vita: egli si fa primo, egli si fa unico. La sua arte di vivere consiste nel pensare a se stesso e nel sottomettere gli altri. Tutti i grandi disordini sociali e politici hanno nell'egoismo tante capacità d'azione, ma l'amore non c'è più? (febbraio 1975).
Saremo capaci di accogliere l'invito di Gesù a svestire gli abiti effimeri e bugiardi dell'orgoglio, per indossare l'abito semplice dei bambini?
È qui davvero il segreto della nostra gioia, della speranza che questa umanità torni a ritrovare quella pace, che solo un cuore da bambino sa creare.
E davvero fa bene, tanto bene, incontrare nella vita fratelli e sorelle di una tale semplicità di animo, che ti ridonano la bellezza di vivere con amore e per amore, e ti famio vedere il Cielo che è ancora sopra di noi, tra di noi.
Accogliamo l'invito dell'apostolo Giacomo:
"Carissimi, dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall'alto, è anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.
Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?
Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?
Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete, chiedete e non otterrete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri!" (Gc. 3, 16)
Una dura lezione, ma necessaria esortazione a diventare tutti quei 'piccolì, o 'ultimi' del Vangelo, per assaporare la gioia del cuore dei bimbi, che sanno vedere ancora la bellezza del Cielo. Così pregava il caro don Tonino Bello:
"Santa Maria, donna di parte, come siamo distanti dalla tua logica!
Tu ti sei fidata di Dio e come Lui hai tutto scommesso sui poveri,
affiancandoti ai poveri e facendo della povertà
l'indicatore più chiaro del tuo abbandono in Lui,
'che ha scelto ciò che nel inondo è nulla, per ridurre a nulla tutte le cose che sono'. Noi invece andiamo sul sicuro.
Non ce la sentiamo di rischiare.
Ci vogliamo garantire dagli imprevisti.
Sarà pure giusto lo stile del Signore, ma intanto preferiamo la praticità della terra, terra dei nostri programmi.
Continuiamo a fare assegnamento sulla forza, sul prestigio, sul denaro e sul successo. Quando ci decideremo, sul tuo esempio, a fare scelte umanamente perdenti,
nella convinzione che solo passando sulla tua sponda
potremo redimerci e redimere??