domenica 3 aprile 2011

Scoprire la Sacra Liturgia - Mediator Dei - Ventesima parte

Continuiamo ad indagare la bellezza della Sacra Liturgia, nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte, attraverso le parole dell'Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII. Continua a l'approfondimento della seconda parte dell'Enciclica, dedicata al Culto Eucaristico: oggi ci soffermiamo sulla divina Lode e sulle ore canoniche:
  
Parte II.
Il Culto Eucaristico
 
La divina Lode

L'ideale della vita cristiana consiste in ciò che ognuno si unisca intimamente a Dio. Perciò il culto che la Chiesa rende all'Eterno, e che è imperniato nel Sacrificio Eucaristico e nell'uso dei Sacramenti, è ordinato e disposto in modo che, con l'ufficio divino, si estenda a tutte le ore del giorno alle settimane, a tutto il corso dell'anno, a tutti i tempi e a tutte le condizioni della vita umana.

Avendo il Divino Maestro comandato: «È necessario pregare sempre, senza stancarsi», la Chiesa, obbedendo fedelmente a questo ammonimento, non cessa mai di pregare, e ci esorta con l'Apostolo delle Genti: «Per suo mezzo [di Gesù] offriamo sempre a Dio il sacrificio di lode».

Le Ore canoniche

La preghiera pubblica e collettiva, rivolta a Dio da tutti insieme, nell'antichità aveva luogo soltanto in certi giorni e in certe ore. Tuttavia, si pregava non solo nelle pubbliche riunioni, ma anche nelle case private e talvolta coi vicini e gli amici. Ben presto, però, nelle varie parti della cristianità, invalse l'uso di destinare alla preghiera particolari tempi, per esempio l'ultima ora del giorno, quando il sole tramonta e si accende la lucerna; o la prima, quando termina la notte, dopo, cioè, il canto del gallo e al sorger del sole. Altri momenti del giorno sono indicati come più adatti alla preghiera dalla Sacra Scrittura, dal costume tradizionale ebraico e dagli usi quotidiani. Secondo gli Atti degli Apostoli i discepoli di Gesù Cristo si riunivano per pregare all'ora terza, quando «furono tutti riempiti di Spirito Santo»; il Principe degli Apostoli, poi, prima di prender cibo, «salì sul tetto per pregare circa la sesta ora»; Pietro e Giovanni «salivano al Tempio per la preghiera all'ora nona»; e Paolo e Sila «lodavano Dio a mezzanotte».

Queste varie preghiere, specialmente per iniziativa ed opera dei monaci e degli asceti, si perfezionano ogni giorno più, e a poco a poco sono introdotte nell'uso della sacra Liturgia per autorità della Chiesa.

L'Ufficio Divino è, dunque, la preghiera del Corpo Mistico di Cristo, rivolta a Dio a nome di tutti i cristiani e a loro beneficio, essendo fatta dai sacerdoti, dagli altri ministri della Chiesa e dai religiosi, a questo dalla Chiesa stessa delegati.

Quali debbano essere il carattere e il valore di questa lode divina si ricava dalle parole che la Chiesa suggerisce di dire prima di iniziare le preghiere dell'Ufficio, prescrivendo che siano recitate «degnamente, attentamente e devotamente».

Il Verbo di Dio, assumendo l'umana natura, ha introdotto nell'esilio terreno l'inno che si canta in cielo per tutta l’eternità. Egli unisce a sé tutta la comunità umana e se la associa nel canto di questo inno di lode. Dobbiamo con umiltà riconoscere che noi «non sappiamo quel che dobbiamo convenientemente domandare, ma lo Spirito stesso prega per noi con gemiti inesprimibili». Ed anche Cristo, per mezzo del suo Spirito, prega in noi il Padre. «Dio non potrebbe fare agli uomini un dono più grande . . . Prega [Gesù] per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro Capo; è pregato da noi come nostro Dio . . . Riconosciamo dunque e le nostre voci in Lui e la sua voce in noi . . . Lo si prega come Dio, prega come servo: là il Creatore, qui un essere creato in quanto assume la natura da mutare senza mutarsi, facendo di noi un sol uomo con Lui: Capo e Corpo».

Alla eccelsa dignità di questa preghiera della Chiesa deve corrispondere la intenta devozione dell'anima nostra. E poiché la voce dell'orante ripete i carmi scritti per ispirazione dello Spirito Santo, che proclamano ed esaltano la perfettissima grandezza di Dio, è anche necessario che a questa voce si accompagni il movimento interiore del nostro spirito, per fare nostri quei medesimi sentimenti con i quali ci eleviamo al cielo, adoriamo la Santa Trinità e le rendiamole lodi e i ringraziamenti dovuti: «Dobbiamo salmeggiare in modo che la nostra mente concordi con la nostra voce». Non si tratta, dunque di una recitazione soltanto, o di un canto, che, pur perfettissimo secondo le leggi dell'arte musicale e le norme dei sacri riti, arrivi soltanto all'orecchio, ma soprattutto di una elevazione della nostra mente e della nostra anima a Dio, perché ci consacriamo, noi e tutte le nostre azioni, a Lui, uniti con Gesù Cristo.

Da qui dipende certamente in non piccola parte l'efficacia delle preghiere. Le quali, se non sono rivolte allo stesso Verbo fatto Uomo, si concludono con queste parole: «per il Signor Nostro Gesù Cristo»; che, come mediatore tra noi e Dio, mostra al Padre celeste le sue stimmate gloriose, «sempre vivente per intercedere per noi».

I Salmi, come tutti sanno, costituiscono parte principale dell'Ufficio Divino. Essi abbracciano tutto il corso del giorno e gli danno un contatto e un ornamento di santità. Cassiodoro dice bellamente a proposito dei Salmi distribuiti nell'Ufficio Divino del suo tempo: «Essi . . . col giubilo mattutino ci rendono favorevole il giorno che sta per cominciare, ci santificano la prima ora del giorno, ci consacrano la terza ora, ci allietano la sesta nella frazione del pane, ci segnano, a nona, la fine del digiuno, concludono la fine della giornata, impediscono al nostro spirito di ottenebrarsi all'avvicinarsi della notte».

Essi richiamano le verità da Dio rivelate al popolo eletto, talvolta terribili, talvolta soffuse di soavissima dolcezza; ripetono e accendono la speranza nel Liberatore promesso che un tempo veniva animata col canto intorno al focolare domestico e nella stessa maestà del Tempio; pongono in meravigliosa luce la profetizzata gloria di Gesù Cristo e la somma ed eterna sua potenza, la sua venuta e il suo annientamento in questo terreno esilio, la sua regia dignità e sacerdotale potestà, le sue benefiche fatiche e il suo sangue versato per la nostra redenzione. Esprimono egualmente la gioia delle nostre anime, la tristezza, la speranza, il timore, il ricambio d'amore e l'abbandono in Dio, come la mistica ascesa verso i divini tabernacoli. «Il Salmo . . . è la benedizione del popolo, la lode di Dio, l'elogio del popolo, l'applauso di tutti, il linguaggio generale, la voce della Chiesa, la canora confessione di fede, la piena devozione all'autorità, la gioia della libertà, il grido di giocondità, l'eco della letizia».

Nel tempo antico l'assistenza dei fedeli a queste preghiere dell'Ufficio era maggiore; ma gradatamente diminuì, e, come ora abbiam detto, la loro recita attualmente è riservata al Clero ed ai Religiosi. A rigore di diritto, dunque, nulla è prescritto ai laici in questa materia; ma è sommamente da desiderare che essi prendano parte attiva al canto o alla recita della ufficiatura del Vespro, nei giorni festivi, nella propria parrocchia. Raccomandiamo vivamente, Venerabili Fratelli, a voi ed ai vostri fedeli, che non cessi questa pia consuetudine e che si richiami possibilmente in vigore ove fosse scomparsa. Ciò avverrà certamente con frutti salutari se il Vespro sarà cantato non solo degnamente e decorosamente, ma anche in maniera da allettare soavemente in vari modi la pietà dei fedeli.

Sia inviolata l'osservanza dei giorni festivi, che devono esser dedicati e consacrati a Dio in modo particolare; e soprattutto della domenica, che gli Apostoli, istruiti dallo Spirito Santo, sostituirono al sabato. Se fu comandato ai Giudei: «Lavorerete durante sei giorni: nel settimo giorno è Sabato, riposo santo al Signore; chiunque lavorerà in questo giorno, sarà condannato a morte»; come non temeranno la morte spirituale quei cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla pietà, non alla religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo?. La domenica e i giorni festivi devono essere consacrati, dunque, al culto divino con il quale si adora Dio e l'anima si nutre del cibo celeste; e sebbene la Chiesa prescriva soltanto che i fedeli si devono astenere dal lavoro servile e devono assistere al Sacrificio Eucaristico, e non dia nessun precetto per il culto vespertino, però, oltre i precetti, ci sono anche le sue insistenti raccomandazioni e desideri; ciò più ancora è richiesto dal bisogno che tutti hanno di rendersi propizio il Signore per impetrarne i benefici.

L'animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe. Ma è necessario, senza dubbio, che tutti si rechino nei nostri templi, per essere istruiti nella verità della fede cattolica, per cantare le lodi di Dio, per essere arricchiti dal sacerdote con la benedizione Eucaristica e muniti dell'aiuto celeste contro le avversità della vita presente. Procurino tutti di imparare le formule che vengono cantate nei Vespri, e cerchino di penetrarne l'intimo significato; sotto l'influsso di queste preghiere, difatti, sperimenteranno quel che Sant’Agostino affermava di sé: «Quanto piansi tra inni e cantici, vivamente commosso dal soave canto della tua Chiesa. Quelle voci si riversavano nelle mie orecchie, stillavano la verità nel mio cuore, e mi ardevano sentimenti di devozione e le lacrime scorrevano, e mi facevano bene».

Va', lavati gli occhi alla piscina

Torna l'appuntamento, della Domenica mattina, di meditazione del Vangelo. Il Vangelo di oggi è una nuova tappa verso la Pasqua: settimana scorsa avevamo visto Gesù parlare di acqua che zampilla per la vita eterna; oggi invece vediamo la Luce del Cristo di Dio che giunge ad aprire gli occhi del cieco e quelli di tutti gli uomini che si affidano a Lui. Questa Domenica meditiamo con la riflessione di mons. Antonio Riboldi:

La Chiesa in questa Quaresima - ripeto: 'tempo di conversione e santità' - ci presenta brani di Vangelo che davvero ci aiutano a meditare e, se possibile, convertirci.
Sappiamo tutti come i nostri occhi siano davvero una parte necessaria del nostro corpo e della nostra vita. con gli occhi possiamo cogliere l'affetto di chi ci ama, ma ancora di più trasmettere un'intensità dì amore che non ha confini.
Così come da occhi che si incontrano e si comunicano amore si genera una felicità senza fine. Quante volte capita a chi ama di dire: 'Ho una voglia matta di vederti!'.
E sappiamo tutti come tante volté, lontani o vicini, si vorrebbe 'vedere' chi davvero ci ama...
Dopo il terremoto del 1968 nel Belice, nulla si sapeva allora di noi terremotati, anche perché non vi erano i tanti mezzi dí comunicazione di oggi. Mamma moriva di ansia per questo. Dopo alcuni giorni, potendo, ritenni opportuno fare una scappata da lei. Come mi vide pianse e, per la gioia intensa, non riuscendo ad esprimerla mi dette uno schiaffetto: 'Non so la ragione - mi disse - ma sono stata talmente in ansia... non sapevo niente.... E desideravo così tanto vederti!'.
Ma gli occhi, a volte, sanno anche esprimere tanto disprezzo e odio, che assomigliano ad una fucilata e fanno tanto male. Quanto male si può provocare con una sola occhiata!
Così come con gli occhi si può peccare, ponendo le 'basi' per commettere, per esempio, adulterio o inimicizia oppure, se guidati dalla fede e dalla carità, possono 'illuminarsi' nella contemplazione di Dio, colmandoci di gioia, come se Lo vedessimo.
Davvero l'occhio è 'il linguaggio del cuore', che può trasmettere serenità e gioia, ma anche male e cattiveria.
Così come l'occhio può esprimere indifferenza a tutto: vede per vedere, ma senza guardare, comunicare sentimenti, emozioni, diventando lo specchio di un'anima arida o vuota o superficiale.
Abbiamo davvero bisogno di una 'sentinella' che vigili sui nostri occhi, pronta a chiuderli, come facevano i santi, per non essere corrotti dal male e farsene attrarre, ma li spalanchi, invece, quando ci troviamo di fronte ai capolavori di Dio, come la bellezza della natura, dell'arte e della santità, e tanto più di fronte alle necessità e sofferenze dei nostri fratelli.
Ho voluto fare questa premessa al commento del meraviglioso brano del Vangelo di Giovanni sul 'cieco dalla nascità, che incontra Gesù. Gesù lo guarisce, ma la sua guarigione, per la miopia dei farisei, diventa motivo di un processo, che lo fa espellere dalla sinagoga come bugiardo o peggio.
Facciamoci inondare dalla bellezza di questa pagina evangelica, lasciandoci 'interpellare' dalle dure, ma spesso vere, anche per noi, parole di Gesù: 'Se foste ciechi non avreste alcun peccato: ma siccome dite: 'Noi vediamo', il vostro peccato rimané.
Gesù si riferisce a quanti non avevano voluto vedere e gioire per la guarigione del cieco nato, ma anzi lo avevano cacciato dal tempio, denunciandolo come 'uno che bestemmiava'.
Narra infatti il Vangelo:
"Gesù, passando, vide un uomo cieco dalla nascita… Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: 'Va' a lavarti nella piscina di Siloe (che significa 'Inviato). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che li avevano visti prima, perché era un mendicante, dicevano: 'Non era egli quello che sedeva a chiedere l'elemosina?: Alcuni dicevano: 'E' lui. Altri dicevano: 'No, gli assomiglia.' Ed egli diceva: 'Sono io!
Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei gli chiesero come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: 'Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e vedo'.
Alcuni dei farisei dicevano: 'Questo uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato'.
Altri dicevano: 'Come può un peccatore compiere tali prodigi?. E c'era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: 'Tu, che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?: Egli rispose: 'E' un profeta.' Gli replicarono: 'Sei nato nei peccati e vuoi insegnare a noi?: E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori e incontrandolo disse: 'Tu credi nel Figlio dell'uomo?: Egli rispose: 'E chi è, Signore, perché io creda in lui?:
Gli disse Gesù: 'Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio Lui.' Ed egli disse: 'Io credo, Signore. E gli si prostrò innanzi." (Gv. 9, 1-41)
Al cieco nato non è neppure consentito di gioire per la vista riacquistata, infatti s'imbatte subito nella cecità dei farisei, che si professano credenti, osservanti, ma non riescono a vedere la presenza di Dio ed il Suo Amore, che vince le miserie umane e compie prodigi.
E questo può accadere anche a noi, quando non riusciamo a contemplare e ringraziare per il bello che Dio realizza e diffonde tra di noi; anzi, a volte, arriviamo a rendere difficile la vita di chi, forse ci aveva tenuto compagnia nel male, ma, convertitosi è diventato un'altra persona, mentre dovremmo non solo ringraziare, ma cogliere l'invito a percorrere con lui la stessa strada per ritrovare la bellezza della vita.
Ma d'altra parte l'uomo che non ha fede, che non conosce Gesù, - sola verità che illumina l'uomo e il mondo, che dà senso ai fatti della vita, fa spazio all'intelligenza, alla profondità dell'amore vero e fedele, dà gusto a tutto ciò che siamo e facciamo, affetti compresi - che ne sa della luce che l'occhio buono può trasmettere? Meglio, dietro quale 'luce', magari oscura, cammina? Alla luce di quale 'verità', forse tutta personale, gioca fatti e vita?
Li conosciamo tutti, tra di noi, questi 'ciechi', che non sanno né 'vedere' né apprezzare coloro che spendono la vita perché altri l'abbiano 'in abbondanza' con la carità, che è l'occhio del cuore.
Sono 'ciechi' che annaspano, è il caso di dirlo, tra mute ricchezze, che ci attorniano come fantasmi, pronti a rubarci serenità e, ancor peggio, la capacità di rendere la vita un dono. E così, come accadde per i farisei, non comprendono la gioia di chi ha ritrovato la vista del cuore, chiusi come sono nel loro egoismo ed egocentrismo.
Ho sempre davanti agli occhi l'incredibile luminosità di tanti che, nella loro semplicità e bellezza di cuore, con uno sguardo, sapevano donare serenità e, alzando gli occhi al Cielo, far scomparire le nubi dell'anima.
Così come mi ha sempre stupito come i veri santi del nostro tempo sanno camminare tra la gente, ad occhi bassi, come 'chiusi', per ripararli dal fango che spesso ci circonda. Sono meravigliosi.
Ho avuto modo di stare a colloquio con Giovanni Paolo II, presto beato, per un'ora, e non dimenticherò mai i suoi occhi sereni, attenti, eppur discreti, come volessero entrare nelle pieghe della mia vita, con la vigilanza e delicatezza della carità.
incredibile quanto bene si riceva, sentendosi 'abitati', seppur per poco, da chi ti vuol bene.
È, del resto, quello che accade a due persone che si amano veramente, senza egoismi, unite solo dall'amore vero e fedele. Si vorrebbe che lo sguardo scambievole fosse infinito, come lo sarà in Cielo. Così come ricordo gli occhi carichi di odio e rabbia di un camorrista: sembravano mitraglie puntate. Abbiamo bisogno della luce in cui fissare il nostro sguardo: come fu per il cieco nato.
Dopo la guarigione, fissando lo sguardo negli occhi di Gesù, si riempì di una tale luminosità da poter esclamare, in tutta verità: 'Io credo, Signore!
Ascoltiamo il profeta Ezechiele:
"Così dice il Signore Dio: 'Ecco io apro i vostri sepolcri, vi resuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese di Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete: vi farò riposare nel vostro paese. Saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò". (Ez. 37, 12-14)
Con Madre Teresa preghiamo:
"Gesù mio, aiutami a diffondere la tua fragranza, ovunque vada.
Infondi il tuo Spirito nella mia anima e riempila del tuo Amore.
Resta con me, e io comincerò a brillare della tua Luce. A brillare per essere luce per gli altri.
La luce, Gesù mio, sarà la tua: non verrà da me, ma sarà la tua Luce che brilla negli altri attraverso me. Lascia che io ti rivolga la mia preghiera nel mondo che ami, spargendo la luce su quelli che mi circondano. Lasciami predicare senza predicare, non con le parole ma con l'esempio. Con la forza che attrae e l'influsso di quello che io faccio. Con la pienezza dell'amore che io ho per Te, nel mio cuore."

sabato 2 aprile 2011

La storia di San Francesco di Assisi - Diciannovesima parte

Continuiamo a scoprire la storia di San Francesco di Assisi: oggi scopriamo come tutte le creature erano davvero sottomesse al beato Francesco il quale le amava di vero cuore. E' davvero meraviglioso vedere il beato Francesco trattare con queste creature che noi reputiamo utili solo per cibarci: egli addirittura giunge a predicare loro la parola di Dio, ma la cosa più impressionante è vedere come gli animali si pongono in una posizione di ascolto, quasi come se fossero lì ad ascoltare realmente la predica francescana. Carissimi, tutti questi sono segni di come l'Altissimo avesse steso la Sua ombra potente sul beato Francesco, rendendogli possibile l'impossibile e dandogli praticamente potere su tutto il Creato. Per questo possiamo affermare che il beato Francesco rappresenta sicuramente uno dei più benedetti santi della storia perchè a pochi riuscì quanto riuscì a lui, sotto ogni punto di vista. Ma tutto questo derivò solamente da una cosa: fede in Dio che si tradusse in piena sottomissione ed obbedienza, secondo il modello di Cristo: e Dio, vedendo in Francesco una disposizione così simile a quella del Figlio Gesù, lo ha benedetto con mano potente, esaltandolo in mezzo agli uomini nonostante fosse povero e privo di ogni cosa. Prendiamo esempio perchè anche noi possiamo imparare da queste cose che l'obbedienza a Dio è sempre ricompensata e che aver fede in Lui significa riporre la propria vita nelle mani più sicure dell'universo:
 
CAPITOLO VENTUNESIMO

FRANCESCO PREDICA AGLI UCCELLI E TUTTE LE CREATURE GLI OBBEDISCONO
 
58. Mentre, come si è detto, il numero dei frati andava aumentando, Francesco percorreva la valle Spoletana. Giunto presso Bevagna, vide raccolti insieme moltissimi uccelli d'ogni specie, colombe, cornacchie e «montachine». Il servo di Dio, Francesco, che era uomo pieno di ardente amore e nutriva grande pietà e tenero amore anche per le creature inferiori e irrazionali, corse da loro in fretta, lasciando sulla strada i compagni. Fattosi vicino, vedendo che lo attendevano, li salutò secondo il suo costume. Ma, notando con grande stupore che non volevano volare via, come erano soliti fare, tutto felice, li esortò a voler ascoltare la parola di Dio. E tra l'altro disse loro: «Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto e sempre il vostro Creatore, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell'aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione». A queste parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il becco e guardando a lui. Egli poi andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno di croce dando loro licenza di riprendere il volo. Poi anch'egli assieme ai suoi compagni riprese il cammino, pieno di gioia e ringraziava il Signore, che è venerato da tutte le creature con sì devota confessione. Siccome poi era uomo semplice, non per natura ma per grazia divina, cominciò ad accusarsi di negligenza, per non aver predicato prima di àllora agli uccelli, dato che questi ascoltavano così devotamente la parola di Dio; e da quel giorno cominciò ad invitare tutti i volatili, tutti gli animali, tutti i rettili ed anche le creature inanimate a lodare e ad amare il Creatore 9~, poiché ogni giorno, invocando il nome del Signore, si accorgeva per esperienza personale quanto gli fossero obbedienti.

59. Un giorno, recatosi ad Alviano 98 a predicare e salito su un rialzo per essere visto da tutti, chiese silenzio. Ma mentre tutti tacevano in riverente attesa, molte rondini garrivano con grande strepito attorno a Francesco. Non riuscendo a farsi sentire dal popolo per quel rumore, rivolto agli uccelli, disse: «Sorelle mie rondini, ora tocca a me parlare, perché voi lo avete già fatto abbastanza; ascoltate la parola di Dio, zitte e quiete, finché il discorso sia finito». Ed ecco subito obbedirono: tacquero e non si mossero fino a predica terminata. Gli astanti, stupiti davanti a questo segno dicevano: «Veramente quest'uomo è un santo e un amico dell'Altissimo!». E facevano a gara per toccargli le vesti con devozione, lodando e benedicendo Iddio. Era davvero cosa meravigliosa, poiché perfino le creature prive di ragione sapevano intendere l'affetto fraterno e il grande amore che Francesco nutriva per esse!



60. Una volta, presso Greccio, gli fu portato da un confratello un leprotto preso vivo al laccio, e il santo uomo, commosso, disse: «Fratello leprotto perché ti sei fatto acchiappare? Vieni da me». Subito la bestiola, lasciata libera dal frate, si rifugiò spontaneamente nel grembo di Francesco, come a un luogo assolutamente sicuro. Rimasto un poco in quella posizione, il padre santo, accarezzandolo con affetto materno, lo lasciò andare, perché tornasse libero nel bosco; ma quello, messo a terra più volte, rimbalzava in braccio a Francesco, finché questi non lo fece portare dai frati nella selva vicina. Lo stesso accadde con un coniglio, animale difficilmente addomesticabile, nell'isola del lago di Perugia.

61. Altrettanto affetto egli portava ai pesci, che, appena gli era possibile, rimetteva nell'acqua ancor vivi, raccomandando loro di non farsi pescare di nuovo. Un giorno, standosi egli in una barchetta nel porto del piccolo lago di Piediluco, un pescatore gli offrì con riverenza una tinca che aveva appena pescato; egli accolse lietamente e premurosamente quel pesce, chiamandolo fratello, poi lo ripose nell'acqua fuori della barca e cominciò a lodare il nome del Signore. E per un po' di tempo il pesce, giocando giulivo nell'acqua, non si allontanò finché il Santo, finita la preghiera, non gli diede il permesso di partirsene.

Ecco come il glorioso padre Francesco, camminando per la via dell'obbedienza e della perfetta sottomissione alla volontà divina, si meritò si grande potere da farsi obbedire dalle creature! Perfino l'acqua infatti si mutò in vino per lui, quando giaceva gravemente infermo nello Speco di Sant'Urbano (presso Stroncone). Appena ne bevve, guari e tutti capirono che si trattava davvero di un miracolo.

E veramente non può essere che un santo colui al quale le creature obbediscono in questo modo e se ad un suo cenno cambiano natura gli stessi elementi!


venerdì 1 aprile 2011

Imparando con le Lettere Apostoliche - Trentasettesimo appuntamento

Torna l'appuntamento settimanale con "Imparando con le Lettere Apostoliche". Il cammino di oggi ci mostra il ritratto del ministro di Dio e ci fa capire come dobbiamo evitare di farci legare dal giogo degli infedeli (gli odierni atei o miscredenti o cristiani falsi che ingannano noi cristiani attraverso falsi modelli di vita). Oggi siamo davvero esposti a questo giogo e molte volte ne siamo portatori senza nemmeno saperlo: basti pensare al modo di concepire la sessualità o basti pensare a come molti intendono il credo in Gesù. San Paolo già allora invitava i Corinzi a non lasciarsi traviare da chi serviva altri dei: oggi siamo chiamati a non seguire chi segue il dio denaro e il dio del piacere egoistico:

Sesta parte della Seconda Lettera ai Corinzi   

E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti:

Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso.

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!

La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!

Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto:

Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò
e sarò il loro Dio,
ed essi saranno il mio popolo.
Perciò uscite di mezzo a loro
e riparatevi, dice il Signore,
non toccate nulla d'impuro.
E io vi accoglierò,
e sarò per voi come un padre,
e voi mi sarete come figli e figlie,
dice il Signore onnipotente.