venerdì 5 novembre 2010

Imparando con le Lettere Apostoliche - Diciottesimo appuntamento

Torna l'appuntamento settimanale con "Imparando con le Lettere Apostoliche". Il cammino di oggi ci porta a riflettere su molte cose importanti, ma soprattutto su noi stessi e sulla nostra vita:

Terza parte della Prima Lettera ai Corinzi

1Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. 2Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; 3perché siete ancora carnali: dal momento che c'è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?

4Quando uno dice: "Io sono di Paolo", e un altro: "Io sono di Apollo", non vi dimostrate semplicemente uomini?

5Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. 6Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. 7Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. 8Non c'è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. 9Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio.

10Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. 11Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. 12E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, 13l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. 14Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; 15ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. 16Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. 18Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; 19perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti:

Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.

20E ancora:

Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani.

21Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: 22Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! 23Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

COMMENTO

Compiamo un nuovo passo insieme a San Paolo con questa terza parte della sua Lettera ai Corinzi. Oggi vediamo qualcosa che ci riguarda da vicino e cioè l'umanità che è ancora in noi. Attenzione: non umanità intesa in senso caritatevole o solidale, ma umanità intesa come legge della carne, pensiero umano, mondanità. Infatti, come i corinzi di questa lettera, anche noi continuiamo a ragionare secondo schemi umani perchè purtroppo siamo incapaci di vivere la fede in modo del tutto spirituale. Nonostante la nostra professione di fede, siamo incapaci di vivere il Vangelo con la semplicità e con la spiritualità che Gesù ci ha insegnato. Beati coloro che riescono a vivere la propria vita senza perdere di vista il Vangelo: i santi ci hanno mostrato come sia bellissimo seguire il Vangelo, incarnandolo o semplicemente vivendolo con umiltà e semplicità. E i loro frutti sono giunti sino a noi: purtroppo c'è il pensiero ricorrente che la santità sia una cosa fuori dalla portata umana, qualcosa di lontano a cui non possiamo aspirare. Ma chi ha reso santo un uomo? E' stato Dio. Ma, per caso, i santi come San Francesco, erano consapevoli di questo? Loro hanno vissuto la vita come dovrebbe essere vissuta, perchè avevano in loro l'ardore di seguire Cristo, nella gioia e nel dolore. Ma il vivere tendendo alla santità non è una cosa che è preclusa all'uomo normale proprio perchè nessuno nasce santo come lo stesso San Paolo ha dimostrato. Tutti noi siamo chiamati alla santità, intesa non con il vedere i prodigi o i miracoli, ma semplicemente vivendo il Vangelo con umiltà, coraggio e decisione: chiunque può vivere tendendo alla santità perchè Dio concede lo Spirito Santo a chiunque glielo chiede, come disse Gesù. Allora non nascondiamoci nel nostro inganno perchè non è vero che la fede è riservata solo ai sacerdoti o ai religiosi: la fede è vita, la fede è una via da seguire e questa via non ha un accesso limitato, ma è aperta a tutti!

E poniamo attenzione a dichiararci seguaci di qualcuno, come facevano i corinzi: chi semina non può essere adorato perchè chi fa crescere è Dio e solo Lui è degno di adorazione. Noi oggi veneriamo i santi per l'esempio, per la semina che hanno compiuto, ma anche essi sono semplici architetti che, come San Paolo, hanno costruito sulle fondamenta di Cristo Gesù. Dunque, non dobbiamo dichiararci di uno o dell'altro, ma dobbiamo sempre ricordarci che vi è un Unico Pastore, un Unico Operaio che fa crescere ciò che è stato seminato: il compito di seminare, tra l'altro, è compito che spetta ad ogni cristiano, ad ognuno di noi, anche se preferiamo pensare che questo sia un compito dei soli sacerdoti. Il venerabile Giovanni Paolo II aveva invece ben presente questo pensiero e non a caso, in seno al Concilio Vaticano II, aveva puntato l'attenzione sul laico, poiché tutti i fedeli di Cristo, anche se non consacrati come membri dell'ordine sacerdotale, hanno il compito di testimoniare, di seminare, di promuovere la fede. Ed è su questo presupposto che sta sbocciando la nostra piccola e umile Vigna del Signore, perchè sappiamo di dover dare il nostro contributo alla causa, specie in un era che si sta voltando verso la direzione sbagliata, quella priva di fede e di vero amore.
Noi siamo ancora troppo legati al mondo, ci lasciamo influenzare e ricerchiamo la sapienza umana: ma come dice San Paolo, la sapienza umana è stoltezza dinanzi a Dio e dunque noi dobbiamo ricercare, come i nostri santi, la Sapienza di Dio, quella che aiuta il discernimento, la crescita spirituale.

Carissimi, seguiamo questi preziosi consigli di San Paolo perchè sono davvero ispirati dallo Spirito Santo e ci indicano il comune percorso da seguire per divenire degni di Cristo e degni figli di Dio!

giovedì 4 novembre 2010

"Educare alla vita buona del Vangelo" - Secondo appuntamento

Torna l'appuntamento settimanale, volto alla scoperta degli orientamenti pastorali per il prossimo decennio, per conoscere soprattutto il punto di vista dei Vescovi  su questioni di notevole interesse sociale, come la famiglia:

INTRODUZIONE

Alla scuola di Cristo, maestro e pedagogo

1. Nel corso dei secoli Dio ha educato il suo popolo, trasformando l’avvicendarsi delle stagioni dell’uomo in una storia di salvezza: «Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore, lui solo lo ha guidato, non c’era con lui alcun dio straniero» (Dt 32,10-12).
Di questa storia noi ci sentiamo partecipi. La guida di Dio, in tutta la sua forza e tenerezza, si è fatta pienamente e definitivamente visibile in Gesù di Nazaret. Clemente Alessandrino, un autore del II secolo, gli attribuì il titolo di “pedagogo”: è Lui il maestro e il redentore dell’umanità, il pastore le cui orme guidano al cielo.
Clemente individua nella Chiesa, sposa e madre del maestro, la “scuola” dove Gesù insegna, e conclude con questa esortazione: «O allievi della divina pedagogia! Orsù, completiamo la bellezza del volto della Chiesa e corriamo, noi piccoli, verso la Madre buona; diventando ascoltatori del Logos, glorifichiamo il divino piano provvidenziale, grazie al quale l’uomo viene sia educato dalla pedagogia divina che santificato in quanto bambino di Dio: è cittadino dei cieli, mentre viene educato sulla terra; riceve lassù per Padre colui che in terra impara a conoscere»1. Mentre risuonano in noi le parole del Vangelo – «uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8) – vorremmo poter dire con Sant’Agostino: «Parliamo a voi come a condiscepoli alla stessa scuola del Signore… Sotto questo Maestro, la cui cattedra è il cielo – è per mezzo delle sue Scritture che dobbiamo essere formati – fate dunque attenzione a quelle poche cose che vi dirò»
All’educazione, dunque, intendiamo dedicare questo decennio.

Un rinnovato impegno ecclesiale

2. Da sempre la Chiesa riserva peculiare attenzione all’educazione. La nostra scelta intende, in particolare, riproporre e approfondire l’insegnamento del Concilio Vaticano II: «La santa madre Chiesa, nell’adempimento del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell’intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione soprannaturale; essa perciò ha un suo compito specifico in ordine al progresso e allo sviluppo dell’educazione».
3. Molti passi del recente cammino della Chiesa in Italia hanno trovato convergenza sul tema educativo. Il decennio appena concluso è stato illuminato dall’esperienza spirituale del Grande Giubileo del 2000, che incoraggiava a “prendere il largo”, come fecero un giorno gli Apostoli, rispondendo all’invito del Signore (cfr Lc 5,4). La coincidenza del Giubileo con l’inizio del nuovo millennio ha aiutato a collocare con ancora maggiore chiarezza il mistero di Cristo nel grande orizzonte della storia della salvezza. Il cristianesimo, infatti, è religione calata nella storia. Lo scriveva Giovanni Paolo II, spiegando che l’incarnazione del Figlio nel grembo di Maria, culminata nella Pasqua e nel dono dello Spirito, «costituisce il cuore pulsante del tempo, l’ora misteriosa in cui il Regno di Dio si è fatto vicino (cfr Mc 1,15), anzi ha messo radici, come seme destinato a
diventare un grande albero (cfr Mc 4,30-32), nella nostra storia»
Frutto di questa consapevolezza sono stati gli Orientamenti pastorali pubblicati nel 2001, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia5. A essi seguì nel 2004 la Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia6, dove l’attenzione si rivolgeva in modo speciale a queste comunità, perché in esse trova concretezza la vocazione della Chiesa a essere segno della fecondità del Vangelo nel territorio. Al centro del decennio, si è situato il IV Convegno ecclesiale nazionale, tenuto a Verona nell’ottobre 2006. In esso si è manifestato il volto di «un popolo in cammino nella storia, posto a servizio della speranza dell’umanità intera, con la multiforme vivacità di una comunità ecclesiale animata da una sempre più robusta coscienza missionaria». A Verona siamo stati sostenuti dalla parola di Benedetto XVI, il quale ci ha riproposto il grande sì che in Gesù Cristo «Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza» Alla luce di questa esperienza, sono state focalizzate alcune scelte di fondo: il primato di Dio nella vita e nell’azione delle nostre Chiese, la testimonianza quale forma dell’esistenza cristiana e l’impegno in una pastorale che, convergendo sull’unità della persona, sia in grado di «rinnovarsi nel
segno della speranza integrale, dell’attenzione alla vita, dell’unità tra le diverse vocazioni, le molteplici soggettività ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana».Al tempo stesso ha incontrato un consenso crescente l’opzione di declinare la testimonianza nel mondo secondo gli ambiti fondamentali dell’esistenza umana, cercando nelle esperienze quotidiane l’alfabeto per comporre le parole con le quali ripresentare al mondo l’amore infinito di Dio. In tal modo si è fatta strada la consapevolezza che è proprio l’educazione la sfida che ci attende nei prossimi anni: «ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione per gli adulti». Il Santo Padre ci incoraggia in questa direzione, mettendo in evidenza l’urgenza di dedicarsi alla formazione delle nuove generazioni. Egli riconosce che l’educare, se mai è stato facile, oggi assume caratteristiche più ardue; siamo di fronte a «una grande ‘emergenza educativa’, confermata
dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita».
4. Queste ragioni ci inducono a impegnarci nel decennio pastorale 2010-2020 in un’approfondita verifica dell’azione educativa della Chiesa in Italia, così da promuovere con rinnovato slancio questo servizio al bene della società. In piena docilità allo Spirito, vogliamo operare con disponibilità all’ascolto e al dialogo, mettendo a disposizione di tutti la buona notizia dell’amore paterno di Dio per ogni uomo.

In qualità di pastori, posti a servizio delle comunità che ci sono affidate, proponiamo le nostre riflessioni sull’educazione a partire dall’incontro con Gesù Cristo e il suo Vangelo, del quale quotidianamente sperimentiamo la forza sanante e liberante. A noi sta a cuore la proposta esplicita e integrale della fede, posta al centro della missione che la Chiesa ha ricevuto dal Signore. Questa fede vogliamo annunciare, senza alcuna imposizione, testimoniando con gioia la bellezza del dono ricevuto, consapevoli che porta frutto solo quando è
accolto nella libertà.
Il Vangelo fa emergere in ognuno le domande più urgenti e profonde, permette  di comprenderne l’importanza, di dare un ordine ai problemi e di collocarli nell’orizzonte della vita sociale. Una speranza affidabile, anima dell’educazione.

mercoledì 3 novembre 2010

Il coraggio di dire NO

La vita di un uomo è una perenne scelta: bene e male si fronteggiano ogni minuto, ogni ora, ogni giornata. Papa Pio XII diceva che l'uomo era fatto di tenebra e luce: la tenebra consumava mentre la luce alimentava. Ed in effetti, noi sembriamo fatti proprio così: con la luce che ci da sostegno, forza, coraggio e la tenebra che ci illude, ci inganna, ci demoralizza e ci sopprime. Accade questo perchè la tenebra non è fatta per curare l'animo umano, ma per distruggerlo. Infatti, il suo unisco scopo è di togliere all'anima il supporto divino, la fiducia in Dio, spingendo alla ribellione a quella stessa luce che l'alimenta ogni giorno. E noi siamo incapaci di vedere ad occhi nudi, questo incredibile scontro che alberga nel nostro cuore. E' come se i fantomatici angioletti e diavoletti si affrontino sulle nostre spalle, l'uno per aiutarci a prendere le giuste decisioni e l'altro per portarci totalmente fuori strada.

E qui entriamo in gioco noi: l'essere umano si ritrova nel mezzo di questo scontro e la sua forza consiste nella possibilità di scelta, una possibilità che deriva dal libero arbitrio che Dio ha concesso l'uomo. Quindi, siamo noi in grado di scegliere cosa fare, chi ascoltare e cosa scegliere. Sappiamo che la nostra scelta è fondamentale: poiché da una parte vi è una prospettiva di vita eterna e dall'altra una prospettiva di dannazione eterna. Però, il primo problema sorge quando non vi è fede: quando cioè non solo si nega Gesù, ma si nega l'esistenza stessa di Dio e l'eternità della coscienza. Proprio ieri abbiamo letto cosa Papa Paolo VI diceva a proposito dell'immortalità della coscienza: essa non muore mai e nemmeno la morte terrena la può spegnere. Ma cosa accade se un uomo non ha questo credo nel suo cuore? Anche questo, carissimi, è una scelta: la scelta di non credere è conseguenza del libero arbitrio. Però, anche se ovviamente il soggetto in questione non ci crederà, la sua scelta è stata influenzata dalla tenebra che alberga nel cuore umano: poichè la tenebra che spinge al consumo, è ingannatrice. Lo stesso far credere che il male non esista, o meglio che satana non esista, è un inganno millenario che ha portato alla dannazione centinaia di anime perse.
Il nostro compito è quello di usare al meglio il libero arbitrio, imparando a trovare il coraggio per dire NO: sì, perchè la nostra scelta deve essere un SI' alla vita e un NO alla morte. Quest'ultima si nasconde nei peccati, soprattutto in quelli carnali perchè sono quei peccati che si legano, schiavizzando l'uomo e incatendandolo alle sue stesse passioni. Un uomo, quando è incapace di contrastare la tentazione carnale, perde il lume della ragione e divine un uomo senza spirito di volontà propria: si muove perchè è costretto a muoversi, quasi come se ci fosse un burattinaio. Ecco perchè ci si allontana da Dio: non si ha volontà propria e non si ha nemmeno il sentore di Dio perchè questo peccato perverte il cuore e un cuore pervertito non può ospitare lo Spirito Santo di Dio. Ecco perchè bisogna imparare a dire NO, non solo al male in senso semantico o allegorico, ma anche e soprattutto in senso pratico: cioè bisogna cominciare a dire NO nella quotidianità, quando siamo dinanzi ad una scelta, anche se piccola e impercettibile. Pensiamo all'autoerotismo, pensiamo al sesso pre-matrimoniale, pensiamo all'obbedienza ai propri genitori, pensiamo all'essere onesti: in questi casi, non sembra vitale la scelta tra si e no, eppure è in questi casi che si forma la nostra forza verso il SI' e contro il NO. Gesù disse: "Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. "

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che se nel poco, nelle piccole cose, siamo disonesti con la nostra coscienza, allora lo saremo anche nel poco. Ma se impariamo ad essere fedeli alla nostra scelta verso Dio nel poco, allora saremo fedeli anche nel molto e cioè nelle cose difficili della vita. Se, ad esempio, non siamo fedeli a Dio quando siamo in salute, come potremo essere fedeli a Dio nel dolore? Difatti, la nostra fede sarebbe schiacciata. Allora, impariamo a dire NO alle piccole cose: impariamo a scacciare le tentazioni anche se pensiamo siano innocenti poiché non vi nulla di innocente che pone interrogativi e nulla di cattivo che non li pone: se vi è un dubbio, bisogna ascoltarlo poiché la coscienza ci parla e ci mostra il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, il buono e l'empio. Dio ci ha dato una guida e noi impariamo a seguirla con coraggio e con spirito di fede poiché è l proprio la fede la chiave della nostra scelta: per fede, possiamo avere il coraggio di dire NO al peccato, di ogni genere (soprattutto lussurioso per i motivi succitati) e sempre per fede noi possiamo compiere agevolmente l'eterna scelta che si pone dinanzi all'uomo: il bene piuttosto che il male, Dio piuttosto che satana. E la meta di questa scelta sarà la ricompensa per aver saputo dire NO nonostante tutto! Il Regno dei Cieli si aprirà e allora non vi saranno più angioletti e diavoletti poiché in quel posto, la risposta è già scritta e nessuno la potrà più cambiare, nemmeno il male poiché esso è bandito dal Regno!

martedì 2 novembre 2010

Commemorazione dei defunti - dalle parole di Papa Paolo VI

Oggi è giorno di commemorazione dei defunti e ho trovato importante e consigliabile la lettura dell'omelia pronunciata dal Sommo Pontefice Paolo XI, più di quaranta anni fa! In tale omelia esce forte il senso della preghiera per i defunti e il senso di immortalità della nostra coscienza che è stata creata da Dio per essere nell'eterno e quindi per non spegnersi più. Sia questo un giorno di commemorazione, ma non di lutto perchè la morte non ha mai l'ultima parola poiché Gesù l'ha vinta, rendendoci partecipi della vita immortale!

SANTA MESSA IN SUFFRAGIO DEI DEFUNTI

OMELIA DI PAOLO VI

Martedì, 2 novembre 1965

Siamo qui riuniti - incomincia il Santo Padre - con il proposito di onorare religiosamente i nostri defunti: coloro cioè che ci hanno preceduti «cum signo fidei et dormiunt in somno pacis». Ognuno - come è ovvio - ricorda anzitutto i propri cari, specie coloro la cui dipartita è meno lontana, sì che la cicatrice del dolore non è ancora rimarginata. Poi il pensiero torna alle persone conosciute, a coloro che hanno avuto con noi vincoli di parentela, o rapporti di professione ed amicizia, che con noi hanno condiviso le vicende del pellegrinaggio terreno, partecipando alla nostra vita sociale.

UN RELIGIOSO SACRO DOVERE

L’animo, il ricordo si volge quindi a tutti gli scomparsi appartenenti alle singole parrocchie, ai paesi, ai centri urbani: specialmente alla città e diocesi di Roma, alla nostra terra, al popolo tra cui viviamo.

L’orizzonte si allarga ancora, e sentiamo doverosa la preghiera per gli altri defunti, a cominciare dalle vittime delle guerre del nostro tempo, sino ai molti caduti anche in questi giorni perché gli uomini non sono capaci di essere fratelli. Si arriva, infine, con tale sentimento di umana pietà, all’aiuto cristiano a quanti sono avvolti dall’oblio, a pro dei quali nessuno prega, e che proprio da noi aspettano l’aiuto per passare dalle sofferenze della espiazione alla luce del Signore.

Un sacro dovere, dunque, di religiosa, universale solidarietà. Si tratta, è vero, d’un obbligo triste e penoso: ed esso rimarrebbe nei termini d’un dolore sconsolato, se noi ci limitassimo solo all’aspetto umano di quanto sentiamo di fronte alla morte. Sappiamo tutti che tale condoglianza non è sufficiente e che il considerare solo in termini terreni ciò che avviene con la morte e dopo la morte, ci atterrisce. Le cognizioni umane, in proposito, non ci dicono nulla: e generano soltanto smarrimento, fantasie, sconforto. Perciò non bastano questi limitati sentimenti a commemorare degnamente e piamente i nostri defunti. Occorre ben altro: ed ecco la lampada della nostra santa Religione venirci incontro per illuminarci, guidarci ed indicare, in ogni momento, quel che si deve pensare e compiere dinanzi al trapasso dalla esistenza nel tempo all’eternità.

Non è che questa lampada dissipi, nel campo in esame, tutte le tenebre, San Paolo ci ricorda che noi, adesso vediamo come per riflesso, in aenigmate. Nondimeno quel che la Religione ci fa intravedere della vita d’oltre tomba è tale da darci grandi certezze, alimentate e sorrette dalle tre virtù teologali. La fede, la speranza, la carità vengono ad impartirci insegnamenti di luce sì da rendere possibile, anzi doverosa, una comunione con i nostri defunti.

VIVREMO NELLA IMMORTALITÀ

Ben oltre i semplici eppur apprezzabili dati della ragione, che arriva a dimostrare l’immortalità dell’anima senza però nulla dirci della vita futura, la fede ci dà il quadro completo della vita, anzitutto di quella presente, per quindi elevare il nostro spirito ed immergerlo nella somma verità: noi siamo immortali. Noi non moriremo più: siamo nati ieri e abbiamo davanti a noi l’eternità da vivere. La morte che può essere vicina e che, comunque, per la durata del tempo, non è lontana, tocca solo in una maniera episodica la nostra esistenza.

Siamo usciti dalle mani di Dio, che ci ha creati, per vivere sempre. Questa coscienza, di cui ora disponiamo, non si spegnerà mai. Ognuno può dire: il mio essere non sarà più assorbito da un sonno di morte, cioè di annullamento e di distruzione.

LA FEDE CERTEZZA DEI BENI SUPREMI

Vivrò! Questa nozione, che ci fa contemplare il vero programma e panorama della nostra esistenza, è, da un lato, consolantissima; dall’altro ci prospetta gravi pensieri di arduo dominio. Se siamo fatti per la eternità, che rapporto c’è fra la vita presente e quella futura? Mirabile è la risposta. Noi sappiamo che la morte va considerata come una lanterna posta ad illuminare il mutamento della nostra vita temporale, facendoci ben vedere un rapporto di responsabilità nei confronti del nostro destino eterno. Siamo noi a formare la nostra fisionomia per l’avvenire. Quel che facciamo ora ha una ripercussione nell’eternità. Di qui il peso e il valore della nostra vita presente. «Opera enim illorum sequuntur illos»: è stato letto poco fa nel brano dell’Apocalisse. Le nostre azioni ci seguono: diventano perciò di una importanza enorme. Bisogna pensarle e considerarle appieno; occorre essere perfetti, essere santi. Ogni azione, infatti, ha la sua portata al di là del tempo; incide non nel vuoto, ma nel nostro essere. Saremo, di fronte a Dio, quali ci stiamo plasmando con la nostra volontà, con le nostre virtù.

Consegue doverosa una domanda: come si perverrà a un grado di perfezione, alla piena corrispondenza al supremo destino stabilito da Dio? Rimanendo uniti, sempre, alle fonti della vita: a Cristo Signore benedetto, il Quale ha proclamato: «Ego sum resurrectio et vita»: Io sono la risurrezione e la vita. Così è: questa la norma indefettibile. Quale gioia il ricordare che, nell’imminenza della nostra nascita alla vita soprannaturale, quando abbiamo ricevuto il santo Battesimo, alla richiesta: che cosa cerchi dalla Chiesa? qualcuno ha dato, per noi, la risposta splendente: cerco la fede! E che cosa ti dà la fede? La vita eterna!

«CON LA SPERANZA SIAMO SALVI»

La fede ci inserisce nell’albero dell’eterna vita: Cristo. L’essere uniti con Cristo è necessità essenziale per noi. Se siamo innestati in Lui e cristiani vivi, il nostro destino è bene assicurato e i nostri giorni possono anche consumarsi rapidamente: non importa. Sappiamo d’essere incamminati non verso l’oscurità, l’annullamento, il castigo del nostro essere, ma verso l’oceano della vita: Cristo, la nostra redenzione e salvezza, il nostro premio.

Giunge ora la speranza a fornirci anch’essa i suoi beni. Il primo è il conforto: è il togliere le inquietudini che non hanno sollievo; è il sentire vicino a noi la voce grave e autorevole del Maestro ripeterci: «Noli fiere»: non piangere! Un pianto disperato non è cristiano, lacrime che scorrono senza consolazione non sono lacrime benedette. E Gesù spiega: Sì, tu puoi sentire il dolore, la morte, la separazione dai tuoi, l’intera amarezza retaggio della prima colpa; puoi sì piangere, ma non con la disperazione nel cuore e con gli occhi annebbiati e incapaci di scorgere la luce che ti aspetta.

Non vogliate piangere i scrive San Paolo ai Tessalonicesi - come coloro «qui spem non habent», giacché appunto il Cristianesimo, la nostra fede, la nostra unione con Cristo ci danno l’incrollabile sicurezza. «Spe salvi facti sumus»: già con la speranza siamo salvi. Potenzialmente, anzi, sin d’ora siamo al di là dell’abisso tenebroso, al di là della morte: e possiamo procedere con quella serenità, che rende accetta ed agevole la stessa vita presente.

LA CARITÀ PROSEGUE NEL CIELO

Abbiamo un pegno nella bontà di Dio, nella sua fedeltà, larghezza e misericordia. Egli ci aspetta, ci chiama; perciò sostiene il nostro pellegrinaggio terreno con la sicurezza dell’incontro finale con Lui. Ed ecco la carità. Fiorisce cioè questa eccelsa virtù che, come dice San Paolo, giammai verrà meno, e non si spegnerà. La fede, la speranza si risolveranno nella visione di Dio e nel suo godimento nella vita futura. La carità no: quel che oggi noi compiamo nella ricerca di Dio, nel volergli bene, nel seguirne i precetti e nell’essere uniti a Cristo: questo slancio, che si chiama amore soprannaturale, carità, durerà sempre. Sarà il nostro sentimento indistruttibile. Adesso palpita nel desiderio, domani rifulgerà nella pienezza del possesso: ma rimarrà sempre identico per origine e natura. Sarà sempre l’anelito di congiungerci al Signore: ad esso è assicurato un totale compimento.

Ora, sappiamo che questo vincolo esistente fra Dio e noi arriva a porsi in comunicazione anche con le anime dei nostri defunti. Il messaggio di amore che noi loro mandiamo perviene ad esse attraverso il misterioso canale costituito dalla Comunione dei Santi, il regno della carità. Riusciamo, quindi, a metterci in reale comunicazione con i trapassati e a ricevere da loro qualche messaggio, non fosse altro che il ricordo dei loro atti ed esempi edificanti; e sentirci, così, già in società restituita, anzi piena, con tutti i nostri defunti.

Quale la conclusione di quanto si è qui rammentato? Dobbiamo attuare in esercizio volenteroso i grandi suggerimenti di fede, di speranza e di carità: e guardare sì la vita con il richiamo luminoso che ci viene dai nostri defunti, ma soprattutto possedere questo supremo, vittorioso slancio di amore, che il Signore dà e fa circolare tanto in questa vita quanto in quella della beatitudine.

IL SUFFRAGIO: SUBLIME ATTO D’AMORE

A che cosa ci obbligano, allora, i rapporti, indicatici dal Signore, con coloro che ci hanno preceduti? Essi ci richiamano proprio a quel dovere che noi stiamo adesso piamente compiendo: suffragare i nostri Morti. La comunicabilità dei meriti è uno dei frutti della sopravvivente carità. Noi possiamo aiutare i cari defunti; possiamo beneficarli. Che cosa non faremmo, se ci fossero vicini? Ebbene: li abbiamo, in certo modo, accanto, e proprio nel circuito della carità. Cerchiamo, perciò, di essere solleciti e generosi con il suffragio. Tutti sanno come esso si esprima: con le opere buone, i sacrifizi, specialmente con le elemosine e con la preghiera.

È quanto facciamo in questo momento, cercando di dilatare il nostro cuore per includervi, insieme con i nostri cari, tutti gli altri a cui la carità ci indirizza: cioè il mondo intero e tutti i defunti che fanno parte della Chiesa in stato di purificazione. Cerchiamo di consolare questa immensa schiera di anime non solo con la nostra memoria, ma proprio con la carità della nostra preghiera, del nostro suffragio.

E quel Dio, che è così buono d’averci dato la vita, quel Dio che veglia sopra di noi e ci ha fatti cristiani, riversando sulle nostre anime tante grazie, mentre sta a vedere se di esse ci accorgiamo, se rispondiamo con amore all’amore, accoglierà certamente il nostro impegno di carità per i diletti Defunti. Ascolterà le nostre preci, affretterà per loro il giorno solare della vita eterna; e darà a noi più salda certezza; anche un anticipo del nostro destino supremo. Saremo salvi per la bontà del Signore. E così sia!

Papa Paolo VI