domenica 12 agosto 2012

Io sono il Pane della vita

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Risulta difficile per chi ascoltava Gesù, che annunciava l'Eucarestia, il dono più grande che si può fare a chi si vuol bene. Un bene che non si ferma alla superficialità delle parole o all'esteriorità materiale, ma entra a far parte della nostra vita, proprio come un pezzo di pane per il corpo.
Davanti a questo dono che Dio fa di se stesso, si dovrebbe davvero provare grande gioia e gratitudine.
Gesù non è solo vicino a noi, come un amico carissimo, ma va oltre ogni nostra comprensione, divenendo carne della nostra carne. Un dono che ha dell'incredibile, per questo troppo pochi lo comprendono.
Eppure se riflettiamo un momento, anche nel linguaggio di chi vuole bene totalmente, come la mamma nei confronti del figlio, l'amore esprime ciò che l'Eucarestia realizza: 'Ti mangerei!', ossia ti farei parte della mia vita.
Un amore completo, questo, non superficiale, ma che si fa 'una cosa sola con l'amato'.
Confesso che ogni volta che celebro la S. Messa mi sorprendo sempre, gioiosamente, nel pronunciare le stesse parole di Gesù, quando offrì ai suoi l'Eucarestia: 'Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue... Fate questo in memoria di me': memoria che non è solo ricordo, ma realizzazione nel presente.
Gesù non solo offre un dono divino, di essere una cosa sola con Lui, ricevendolo nella Santa Comunione, ma addirittura si fa cibo per la vita eterna.
Sono tanti gli anni che celebro: dall'ordinazione nel giugno del 1951!
Anche dopo il terremoto nella valle del Belice, che aveva distrutto tutto, case e chiese, non ho mai mancato di celebrare la S. Messa, in un campo o sotto una fragile tenda, che lasciava scorrere l'acqua, al punto che ci voleva qualcuno che riparasse l'altare e me con l'ombrello. Ma l'Eucarestia era la mia, la nostra forza.
Aveva ragione mamma, che da ragazzo voleva che facessi la Comunione ogni giorno prima di andare a scuola. 'Caro Antonio, la Comunione è Dio che entra nella tua vita, un nutrimento che supera tutto. La Comunione è Gesù che si fa tua vita e di Lui abbiamo bisogno', ripeteva spesso.
Ma sono davvero tanti coloro che attribuiscono all'Eucarestia, e quindi alla Comunione con Gesù, il dono incomparabile che è?
Tante volte mi chiedo la ragione per cui alcuni, pur partecipando alla Santa Messa, non mangiano di quel Pane celeste. Credo che tanti non abbiano ancora compreso fino in fondo il Dono di Gesù, come accadde quando lo annunciò.
In parte ce lo conferma il Vangelo di oggi.
"In quel tempo i Giudei mormoravano di Lui perché aveva detto: 'Io sono il pane disceso dal Cielo'. E dicevano: 'Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Io sono disceso dal Cielo?'
Gesù rispose: 'Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a Me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei Profeti. 'E tutti saranno ammaestrati da Dio'. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da Lui, viene a me.
Io sono il pane della vita. I vostri Padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita eterna". (Gv. 6, 41-52)
Sembra chiaro il discorso di Gesù, ma occorre capire fino in fondo che cosa significa per Lui 'farsi pané per diventare partecipe del nostro cammino spirituale.
Tutti sappiamo come non sia facile camminare verso Dio, anche se è l'unico senso che ha la nostra vita. Siamo stati creati 'a Sua immaginé, la nostra natura umana è intrisa di divinità, eppure ci accontentiamo spesso di credere 'cibo' della vita le piccole, evanescenti, fragili illusioni dell'esistenza terrena.
Occorre una profonda fede, una grande capacità di amore, per entrare nell'offerta di Gesù, nostro unico vero Pane di Vita.
Scriveva il nostro caro Paolo VI:
 "Comunione con Cristo, è l'Eucarestia come sacramento e come sacrificio, ma anche comunione tra di noi fratelli, con la Comunità, con la Chiesa. È ancora la Rivelazione a dircelo, con le parole di Paolo: 'Dal momento che vi è un solo pane, noi che siamo molti formiamo un solo corpo, perché noi tutti partecipiamo di questo unico pané.... Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha messo profondamente in luce questa realtà, quando ha detto che i cristiani 'cibandosi del Corpo di Cristo nella Santa Comunione, mostrano concretamente l'unità del Corpo di Cristo'... E davvero l'Eucarestia intende fondere in unità i credenti, che siamo noi, a tutti i fratelli del mondo e la celebrazione dell'Eucarestia è sempre principio di unione, di carità, non solo nel sentimento, ma anche nella pratica. 'Amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amati' è il comandamento nuovo, quello che deve distinguere i figli della Chiesa". (giugno 1969)

domenica 5 agosto 2012

Signore, dacci sempre il tuo pane

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Possiamo facilmente immaginare la scena che il Vangelo descrive oggi.
La folla era stata saziata dal grande ed inaspettato miracolo della moltiplicazione dei pani. Aveva quindi intravisto la possibilità di trovare in Gesù una certezza materiale, per il proprio futuro: Gesù, in un modo o in un altro avrebbe risolto i problemi quotidiani, quelli che ancora oggi affliggono tragicamente singole persone, famiglie intere o Nazioni.
Basta pensare alla fame che in tante Nazioni, in Africa, genera morti ogni giorno. Oggi, sono ancora tanti, nell'intera comunità umana, coloro che sono condannati a vedere il proprio diritto alla vita, alla salute, alla stessa libertà, come un sogno irraggiungibile, riservato solo ad alcuni fortunati, come noi dei Paesi sviluppati. Quello che fa più male è che spesso, proprio noi, non sentiamo più la loro voce, perché è coperta dal frastuono di un benessere che non dà spazio ai lamenti altrui, o meglio, al grido di giustizia, che chiede ciò che loro spetta, a cominciare da un pezzo di pane... Leggendo circa i rifiuti che buttiamo via, rilevati dagli esperti, - e sono migliaia di tonnellate al giorno - ci torna alla mente il grido di Gesù: 'Avevo fame e non mi avete dato da mangiare. Ero nudo e non mi avete vestito. Ero ammalato e non mi avete visitato... Andate, maledetti nel fuoco eterno... '
Ho l'occasione, come vescovo, di incontrare spesso missionari che scelgono di vivere in zone dove la fame è regina. Chiedono giustizia più che aiuto: quella giustizia che non trova abbastanza posto nel mondo consumistico... eppure a volerlo, un pezzo di pane la terra lo potrebbe dare a tutti!
Questo è davvero quello che fa male a chi ha a cuore la carità. Molte volte a noi costa poco mettere in disparte qualcosa per chi ha nulla... ma poi, magari anche in nome della crisi economica, ci chiudiamo nel nostro egoismo. È vero che tante comunità parrocchiali oggi si prendono cura dei poveri ed hanno punti di accoglienza, dove è possibile avere almeno un pasto al giorno. E noi benediciamo questi fratelli che si adoperano per coloro che sono in difficoltà, ma possiamo fare di più. Basterebbe riservare una piccola parte del nostro vitto per chi non ha nulla. Ho sempre ammirato la testimonianza di un mio confratello che, ogni giorno, a tavola toglieva qualcosa del suo, che poi donava ai suoi poveri. Era una meravigliosa condivisione.
Scriveva il grande Paolo VI: "Il possesso e la ricerca della ricchezza come fine a se stessa, come unica garanzia di benessere presente e di pienezza è la paralisi dell'amore. I drammi della sociologia contemporanea lo mostrano: e quali prove tragiche, che oscurano generazioni! L'educazione cristiana alla povertà - intesa come distacco assoluto dall'idolatria del benessere - sa distinguere innanzitutto l'uso dal possesso delle cose materiali e sa distinguere poi la libera e meritoria rinuncia ai beni temporali, in quanto impedimento allo spirito umano nella ricerca e nel conseguimento del suo ottimo fine che è Dio e il prossimo che è il fratello da amare e da servire e liberare dalla carenza di quei beni che sono indispensabili alla vita presente, come dalla miseria, dalla fame, a cui è dovere e carità provvedere".
In altre parole dovremmo saper vedere nell'uomo, ovunque abiti, il fratello che oggi è Cristo tra di noi e attende una risposta o una testimonianza della carità. Non è questione di fare un'elemosina, ma di andare oltre, abbracciando l'intera umanità e farsi prossimo a chi sta male.
A volte, invece, si ha come l'impressione che i poveri diano fastidio, ieri come oggi.
Ricordo, dopo qualche giorno dal terremoto nel Belice, in aereo stavo recandomi a visitare mamma, molto preoccupata. Avevo perso tutto, quindi ero vestito in qualche modo... la cosa, probabilmente, diede fastidio al mio vicino, che fece presente, non certo con garbo, il suo pensiero, dichiarando che 'in aereo non avrebbero dovuto salire gli straccioni'. Un altro passeggero, che mi aveva conosciuto, intervenne con veemenza: 'Lei non sa chi è questa persona: è don Riboldi, un sacerdote che sta dando tutto per i suoi terremotati'. Per quanto mi riguarda, per un attimo ero stato felice di sentirmi quello che allora davvero ero: povero!
Ma bisogna avere occhi e cuore di Cristo, per saper leggere e non solo vedere i poveri, come è nel Vangelo di oggi:
"Quando la folla vide che Gesù non era più là e neppure i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao, alla ricerca di Gesù.
Trovatolo al di là del mare, gli dissero: 'Rabbì, quando sei venuto qui?'.
Gesù rispose: 'In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo'. Gli dissero allora: 'Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?'. Gesù rispose: 'Questa è l'opera di Dio, credere in Colui che Egli ha mandato.'
Allora gli dissero: 'Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come è scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo.'
Rispose Gesù: 'In verità, in verità vi dico: non Mosé vi ha dato il pane del cielo, quello vero.
Il pane di Dio è Colui che discende dal Cielo e dà la vita al mondo.'
Allora gli dissero: 'Signore, dacci sempre di questo pane.'
Gesù rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete." (Gv. 6,24-35)
Per la folla e per noi, Gesù alza il tiro, parlando del pane, fonte della vita. Non dimentica l'urgenza del pane, per coloro che hanno fame, ma neppure vuole che ci si fermi alla dimensione materiale, pur necessaria... Il suo discorso va oltre la vita terrena e mira direttamente al pane che dona la vita eterna: una necessità nutrirsi del pane materiale, altro è nutrirsi del Pane del cielo.
Lo conosciamo tutti quel pane, che è l'Eucarestia: Gesù stesso che si fa Pane della Vita. Una vita che va oltre quella provvisoria dell'esistenza terrena, oltre la morte: la vita eterna con Lui.
Eppure, se ci guardiamo attorno, tanti di noi, che pure si dicono credenti, fanno fatica anche solo a pensare che la Comunione possa essere il grande nutrimento dell'anima. È difficile anche solo entrare nella profondità di questo Dono del Cielo. Genera come uno stordimento, anche solo pensare che quella piccola Ostia, che a volte, o ogni giorno riceviamo, sia davvero Gesù in persona. Per grazia di Dio ci sono però tanti per i quali il Pane del Cielo è davvero il nutrimento della vita interiore e non riescono a vivere senza nutrirsene.
Mamma, nonostante la famiglia numerosa, i tanti sacrifici, iniziava la sua giornata con il ricevere la S. Comunione, dicendoci spesso: 'Senza di Lui non saprei come educarvi ed amarvi. È la mia forza'.
E ricorderò sempre quello che mi insegnò dopo la mia prima Comunione. Prima di andare a scuola voleva che andessi a ricevere l'Eucarestia. Allora la si poteva ricevere solo se si era digiuni. Quando tornavo era già ora della scuola e trovavo mamma che mi attendeva con un pezzo di pane e se mi lamentavo diceva: 'Meglio una buona comunione che una colazioné.
È vero: difficile esprimere la gioia e la forza interiore che si prova, iniziando la giornata con il Pane che dà la vita, Gesù stesso!
Poteva Gesù farci un dono più grande? Sicuramente no. Ma allora perché un tale dono è così poco apprezzato?
 Credo davvero che dobbiamo chiedercelo e cercare di darci una risposta, se così fosse.... chiedendo la grazia di comprendere che fare dell'Eucarestia il nostro cibo è dare pienezza di senso, di forza e di serenità alla nostra esperienza umana quaggiù, per prepararci, fin da ora, a 'vivere di Dio'... cosa potremmo desiderare di più?

domenica 29 luglio 2012

Una realtà di cui si parla poco: la fame

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Sappiamo tutti come anche nei Paesi dove fino a poco tempo fa regnava il benessere, oggi per le varie crisi economiche, che hanno colpito anche le Nazioni occidentali, si è fatta strada la fame.
Può sembrare assurdo che anche fra di noi ci sia chi patisce la fame, ma è così.
In tante Diocesi e parrocchie la Caritas sta allestendo iniziative per andare incontro a chi in tanti modi sta vivendo situazione di vero disagio sociale.
Possono apparire piccole misure, ma è sempre meglio che nulla.
Che dire poi dei Paesi dove la fame da sempre è di casa e ha causato e causa la morte di tanti, ogni giorno? Basterebbe leggere quello che qualche volta si affaccia nei servizi TV o nelle cronache, ma soprattutto nelle varie riviste missionarie.
È incredibile che intere popolazioni possano morire di fame, quando sappiamo tutti che se ci fosse una giustizia distributiva delle ricchezze o anche solo se ciascuno di noi si facesse carico della carità che sa vedere ed aiutare chi ha fame, questo non succederebbe, poiché le risorse della terra, se ben gestite, possono sfamare tutti...
Do la parola a Paolo VI che, nell'enciclica 'Populorum progressio' del 1967 già così scriveva:
"Se un fratello e una sorella sono nudi, dice S. Giacomo, se mancano del sostentamento quotidiano, e uno di voi dice loro: 'Andatevene in pace e scaldatevi, senza dar loro quel che è necessario al loro corpo, a che servirebbe?'. Oggi nessuno lo può ignorare, sopra interi continenti, innumerevoli sono gli uomini e le donne tormentate dalla fame, innumerevoli i bambini sottonutriti, al punto che molti di loro muoiono in tenera età e la crescita fisica e lo sviluppo mentale di parecchi altri restano compromessi, e che regioni intere sono per questo condannate al più cupo avvilimento.
Appelli angosciati sono già risuonati. Quello di Giovanni XXIII è stato calorosamente accolto. Noi stessi lo abbiamo reiterato nel giorno del Santo Natale 1963 e poi in favore dell'India nel 1966. La campagna contro la fame, lanciata dall'Organizzazione Internazionale della FAO e incoraggiata dalla Santa Sede è stata generosamente accolta. La nostra Caritas internazionale è dappertutto all'opera e numerosi cattolici, sotto l'impulso dei nostri fratelli dell'Episcopato, si danno e si prodigano anche personalmente senza riserva, per aiutare quelli che sono nel bisogno, allargando progressivamente la cerchia di quanti riconoscono come loro fratelli. Ma tutto ciò non può bastare, come non possono bastare gli investimenti privati e pubblici, i doni e i prestiti concessi. Non si tratta soltanto di vincere la fame e neppure di ricacciare indietro la povertà. La lotta contro la miseria più urgente è necessaria, ma è insufficiente. Si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo, senza esclusione di razza, religione, nazionalità possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata. Un mondo dove la libertà non sia una parola vana e dove il povero Lazzaro possa mettersi alla mensa del ricco. Ciò esige molta generosità, sacrifici e sforzo incessante.
È necessario che ciascuno esamini la sua coscienza che ha una voce nuova nella nostra epoca".
È vero che l'attuale economia in difficili condizioni impone a tutti una maggiore coscienza nel dare alla vita un aspetto di semplicità e sobrietà, che era la ricchezza d'animo di un tempo, ma è proprio questa nuova consapevolezza e urgenza di semplicità che deve fare spazio alla generosità e quindi alla carità.
Sappiamo tutti come il mondo, il consumismo, ogni giorno e con ogni mezzo, cerchi di catturarci, come un controvangelo. Questa battaglia del consumismo altro non ha fatto che rendere sempre più poveri i poveri e più ricchi i ricchi.
Ma sappiamo anche, se siamo onesti con noi stessi e ne abbiamo fatto qualche volta l'esperienza, che la semplicità può fare piazza pulita dell'ingombro del superfluo, donando la serenità di sentirsi liberi dalla schiavitù del 'tutto e subito' e del 'sempre di più'.
Il consumismo accumula cose, ma svuota della gioia il cuore. Quella gioia che nasce quando alla sobrietà si aggiunge una generosa carità verso chi proprio non ce la fa.
'C'è più gioia nel dare che nel ricevere', questa è la verità bella della vita e lo sa bene chi sa aprirsi alle necessità dei fratelli.
Tante volte mi rifugio nella mia infanzia, per attingere alla sorgente di valori duraturi che l'abitavano, nonostante la ricchezza della famiglia fosse una povertà davvero oggi sconosciuta.
I vestiti di papà, una volta usati, venivano da mamma adattati in modo magistrale per noi, tanto da sembrare nuovi. Non solo, ma in famiglia, sgombra dal consumismo, vi era tanto, ma tanto posto per l'amore, la preghiera, soprattutto per una crescita umana e spirituale, forgiata sui veri valori della vita. Si diventava adulti con la povertà e grazie alla povertà di cose... a differenza di tanti ragazzi e giovani di oggi che crescono nell'abbondanza di cose, da cui a volte rischiano di essere sommersi, conoscendo poi una sterilità interiore che li fa soffrire.
Non sono le cose a renderci felici, ma i valori interiori.
Il Vangelo ci offre un meraviglioso esempio della compassione che Gesù aveva per chi lo seguiva, indifferente al cibo e disposto ad andare incontro alla fame per seguirLo e nutrirsi della Sua Parola. Racconta Giovanni, l'evangelista:
"Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: 'Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?'. Diceva questo per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: 'Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo'.
Gli disse allora Andrea, fratello di Simon Pietro: 'C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci, ma che cosa è questo per tanta gente?'.
Rispose Gesù: 'Fateli sedere'. C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che erano seduti e lo stesso dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: 'Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che aveva compiuto, cominciò a dire: 'Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!'. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo". (Gv, 6, 1-15)
Un vero esempio di come la carità non è un modo di farsi strada: sarebbe tradirne la natura.
La carità deve sempre mettere in primo piano chi amiamo e mai un voler farsi strada per apparire. Affermava il grande ed indimenticabile Papa Giovanni XXIII, il Papa del sorriso:
"Quando si è animati dalla carità di Cristo, ci si sente tutti uniti e si avvertono come propri bisogni, le sofferenze, le gioie altrui. Conseguentemente l'operare di ciascuno non può risultarne che disinteressato, più vigoroso, più umano, perché la carità è paziente, è benefica, non cerca il proprio interesse, non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra del godimento della verità: tutto opera, tutto sopporta".
Meditando questo vangelo della carità ho sempre davanti agli occhi la grandezza di Madre Teresa di Calcutta. Ho avuto il dono di conoscerla, tenendo con lei delle conferenze.
Tutto in lei appariva umiltà e profondo amore, rivelazione delle grandi opere di Dio. Standole vicini ci si sentiva davvero spiritualmente piccoli, ma era impossibile sfuggirne il fascino.
Dovremmo tutti avere almeno un poco dello stile della carità: umile e silenziosa, amorevole e generosa, capace di fare gustare a chi soffre la gioia dell'amore.

domenica 22 luglio 2012

Venite in disparte e riposatevi un poco

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Sia la lettura del profeta Geremia che il Vangelo, oggi pongono al centro della riflessione noi pastori. È, la nostra presenza nella Chiesa e nel mondo, una presenza a volte accettata, a volte discussa, a volte rifiutata. Sappiamo che essere pastori non è una scelta della persona, ma è una scelta di Dio. E' incredibile quanto sia grande responsabilità 'essere Cristo' nella Sua potenza misericordiosa, nella proclamazione della Sua Parola, ancor più nell'amministrazione dei Sacramenti, che sono azione diretta del Suo Spirito. Grande impegno di vita guidare i fedeli che la volontà di Dio ci affida!
Non è facile essere interpreti di questa grande vocazione, non è facile mettersi nei panni di Gesù, indicando le vie della salvezza e donando la Sua Grazia nei Sacramenti, a cominciare dall'Eucarestia. Ogni pastore, parroco o vescovo, non fa lui la scelta del gregge che deve pascere: è nell'obbedienza al proprio vescovo o superiore che si accolgono nella fede coloro che ci vengono affidati. E non sempre si trova subito accoglienza o fedeli che con fede ti attendono.
Ma, superate a volte le prime incertezze, i fedeli comprendono se possono affidarsi ad un pastore che vuole avere cura di loro, nel Nome di Cristo, Buon Pastore, pronto a dare la vita, come Lui, o se hanno di fronte un semplice amministratore di sacramenti, senza quella passione che sente spiritualmente il vero pastore.
Il profeta Geremia, oggi, ha parole durissime per questi pastori, che male interpretano la loro vocazione. Così afferma: Guai ai pastori che fanno perire o disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d'Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore." (Ger. 23, 1-5)
Dio non solo affida a ciascun pastore i fedeli da guidare, ma esige quella passione di amore che sola è capace di entrare nel cuore delle persone e creare fiducia.
Sono ormai più di 50 anni che sono pastore della Chiesa con voi, che mi seguite, ma mi piace ricordare fatiche e gioie che ho incontrato, per poter lodare e ringraziare Colui che mi ha chiamato e guidato e per rinfrancare, con la mia testimonianza, coloro che ancora operano in prima linea: il Signore, chiamandoci, ci chiede solo quello che già ci ha donato e non ci lascia mai soli!
Ero convinto che nel mio Istituto sarei stato scelto per l'apostolato nell'insegnamento, ma la Provvidenza aveva altro in mente. Essendosi creata una situazione difficile in una parrocchia in Sicilia, S. Ninfa', a seguito dell'abbandono del parroco, il vescovo di Mazara chiese al mio Padre Generale di coprire quel vuoto nella Chiesa e nella Comunità, ormai quasi deserte, salvo qualche persona anziana, poche, che alla domenica seguivano la Messa. E lì fui inviato come parroco con altri due confratelli. Sapevamo e sentivamo che attorno a noi c'era diffidenza, tanta diffidenza. Accettammo in silenzio e rimanemmo in attesa, offrendo la nostra presenza e il nostro affetto. Lentamente la gente recuperò fiducia e sia pure con tanta difficoltà la Comunità ritrovò la sua bellezza, tanto che dopo nove anni venne il vescovo di Mazara e, vedendo la folla che assiepava la Chiesa, disse: 'Non avrei mai creduto che questa parrocchia, che per me era una dolorosa spina, sarebbe diventata bella come un giardino'. Non passò un mese da questo incontro e, nel gennaio 1968, venne il tristemente famoso terremoto del Belice, rase letteralmente al suolo, sbriciolandoli, decine di paesi con centinaia di vittime. E così la Chiesa, ossia i fedeli, divennero una comunità in strada a cui dover infondere nuova fiducia e tanto coraggio. Poi i mesi in tenda e gli anni in baracca... Non fu facile essere voce della Comunità, nel cammino del dopo terremoto, verso la ricostruzione. Si doveva dare speranza e gridare per richiamare alla responsabilità tutte le Istituzioni. Credo che alcuni dei miei lettori ricorderanno 'La Marcia dei fanciulli delle elementari' che fecero visita a Roma alle massime cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica ai vari Presidenti del Parlamento, fino a Paolo VI, che accogliendoci con amore paterno ci disse: 'Sarò il vostro avvocato'.
Quando dopo 20 anni di Belice, la Comunità aveva ritrovato la sua bellezza, l'obbedienza mi chiese di tornare in alta Italia, ma la Provvidenza manifestò un diverso progetto attraverso la volontà dello stesso Paolo VI che mi chiese di essere vescovo, affidandomi la Diocesi di Acerra.
Mancava di vescovo residenziale da ben 12 anni e quindi era una Diocesi in cui ogni parroco si sentiva vescovo! Mancava l'anima e la guida della comunità nel suo insieme. Fui accolto con una passione che aveva dell'incredibile, ma ci volle tanta pazienza e amore, anzitutto nel creare con i sacerdoti una vera comunità ecclesiale. Poi ci rivolgemmo ai laici e con i Convegni annuali, che duravano tre giorni, veramente prese volto e gioia la Diocesi, come Comunità. Fin dall'inizio il vero problema era una presenza, sul territorio, che intimoriva, rendendo incapaci di credere nel futuro: la criminalità organizzata, che impediva ogni voglia di libertà nel crescere. E iniziò quella lotta che molti credo conoscono. Il libretto-guida, che fu nelle mani di tutti, era 'Per amore del mio popolo non tacerò'. Mi costò un aperto scontro, la tutela dello Stato, che mi seguiva ovunque, privandomi -seppur per necessità e salvaguardia mia - della bellezza della libertà di movimento: un grande peso, che cercavo di non fare pesare sulla Comunità. Ma era tanta la stima che si era acquistata la Diocesi che in soli due anni la Santa Chiesa scelse due miei carissimi e bravi collaboratori, che vennero eletti all'episcopato. Quale grande dono!
Alla fine del mio mandato e in questo tempo di riposo pare sentire quanto Gesù dice ai SUOI Apostoli: "In quel tempo - racconta l'evangelista Marco - gli Apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Egli disse loro: 'Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pocò. Infatti era molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. Molti li videro partire e capirono e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose".
(Mc 6, 30-34)
Viene in mente la grande figura del Curato d'Ars che dava tutto il tempo alle folle che lo cercavano. Passò la vita nel donare la Parola di Gesù, il Suo Perdono misericordioso, con una semplicità disarmante, confessando. Non c'era spazio per se stesso. Si lasciò letteralmente mangiare dalle folle che accorrevano a lui da ogni parte d'Europa.
Un poco come succedeva - seppur in forme diverse - al grande Giovanni Paolo II, che aveva scelto il mondo, come luogo di annuncio della Parola.
Siamo davvero fortunati anche solo constatando come Dio si fa presente nei suoi pastori, con figure che, dove passano, lasciano il segno della presenza di Gesù. L'umanità ha bisogno di pastori che trasmettano la Presenza e Potenza misericordiosa dell'Amore di Dio verso ciascuno di noi.
Ma proprio perché uomini, anche i pastori possono sbagliare - e quanto sono gravi, in questi casi le conseguenze! Non resta dunque che pregare perché Dio, che continua a chiamare e scegliere, trovi pastori dalla fede e dal cuore grande, veri Suoi testimoni, perché abbiamo bisogno di 'vedere' nei sacerdoti la presenza di Gesù che, per mezzo loro, continua a camminare con noi e tra noi.

Così prega il salmista:
"Su pascoli erbosi, il Signore mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo Nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
Mi danno sicurezza". (Salmo 22)