domenica 20 maggio 2012

Ora il cielo è vicino

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Dopo la Resurrezione, Gesù dà quasi l'impressione, di non voler lasciare ai suoi carissimi Apostoli alcun dubbio sulla sua resurrezione.
Così raccontano gli Atti degli Apostoli:"Gesù si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giovi e parlando del Regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre 'quella' ? disse ? 'che avete udita da me: Giovanni fu battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo'.
Così, venutisi a trovare insieme, gli domandarono: 'Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?: Ma egli rispose: 'Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terrà.
Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse ai loro sguardi.
E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: 'Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato tra voi assunto al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo'." (At. 1, 1-11).
Difficile entrare nell'animo degli Apostoli, sottoposti, in pochi giorni, a eventi che nulla hanno a che vedere con la nostra esperienza, qui: dopo la crocifissione del Maestro avevano creduto di essere stati 'vittime' di un sogno, che non si era avverato, ossia 'seguire un grande della terrà, che l'avrebbe dominata; poi il terzo giorno dalla sua sepoltura lo vedono tornare 'vivò con la resurrezione e, parecchie volte, mostrando una gloria inaspettata, ma quello che importava era che il loro Gesù fosse tornato, anche se non comprendevano il 'come' e il 'perché'.
Poi per quaranta giorni Lo vedono venire ed andare, incontri inaspettati, incontri desiderati, come se la Sua vita fosse un 'nuovò invito a seguirLo, come solo in seguito lo Spirito chiarirà: seguirLo è la vera missione di amore di Dio verso di noi e di noi verso Lui.
La presenza di Gesù tra di noi, concretamente, aveva il fine di permetterci di tornare alla nostra vera casa, che non è qui, ma in Cielo dove Lui è asceso.
Il primo pensiero che ci assale e ci invita alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine, è lo stesso desiderio d'amore del Padre che tutti, senza eccezioni, un giorno saliamo al Cielo. Quante volte nel linguaggio comune appare la parola 'cielo".
'Lo sa il cielo!', quando non sappiamo dare risposta alle nostre domande terrene.
?Che il cielo ci protegga!' quando ci troviamo in difficoltà.
'Santo cielo!', ci viene da dire come invocazione, davanti a fatti inspiegabili. E via dicendo...
Credenti o no, il 'cielo' è il punto di riferimento del mistero della nostra vita, come se vedessimo nel 'Cielo', il solo che conosce tutto di noi!
E quante volte nel Vangelo troviamo questo riferimento al 'Cielo'.
Ma cosa intendiamo con questa parola - 'Cielo' - dove Gesù è asceso e verso cui noi tendiamo?
Scrive Paolo VI: ?Per cielo noi intendiamo molte cose. Intendiamo comunemente la condizione in cui sì trovano gli angeli, le anime dei buoni, separate dai corpi, gli spiriti giusti, viventi senza il rapporto materiale; intendiamo così la vita che si prolunga oltre la morte, la sopravvivenza oltre il tempo, la vita immutabile d'oltretomba, la vita eterna. intendiamo anche l'ordine nuovo che emana da Dio: il disegno che lui ha voluto sovrapporre alla vita naturale, il Regno dei cieli, ossia quel complesso di rapporti, completamente originali, che il mondo è venuto a godere con Dio mediante la missione di Gesù. Intendiamo così la condizione finale a cui il Regno dei cieli, incominciato con la vita cristiana in questa terra, deve portare l'umanità e che chiamiamo il Paradiso, la gloria di Cristo e dei suoi seguaci fedeli. Il Cielo è la visione di Dio, è la felicità eterna: è il termine a cui deve essere diretta la nostra vita presente. Se perciò a Cristo è legata la nostra sorte, con la Sua ascensione in quel mondo beato ed a noi ignoto, lo scopo della nostra vita è trasferito da questa terra al cielo.'Quanto a noi, la patria è nei cieli - afferma S. Paolo - non abbiamo qui città permanente, ma andiamo in cerca della futurà (Eb 13, 14).
il senso vero e completo del nostro vivere è un pellegrinaggio nel tempo, in questo mondo, per raggiungere la meta finale dove il nostro essere avrà la sua completezza.
Affrettiamoci verso quella vita.- dice A. Ambrogio - Dio, dopo questa nostra vita, sia la nostra patria? (1958).
Ma quanto può sembrare difficile, alla prima impressione, essere un giorno per sempre cittadini del Regno dei Cieli! Eppure è la sola ragione per chi concepisce la vita, non solo come un momento di esperienza sulla terra, dove è impossibile conoscere la gioia vera, ma un'esperienza proiettata verso l'eternità.
Spesso c'è il rischio di vivere alla giornata, e non è certamente giusto interpretare la vita in modo così riduttivo.
Se si pensa bene, per chi crede, il Cielo è un'assemblea di santi e di gente semplice, che sono stati nostri compagni di vita: una vita con 'i piedi a terrà, ma il pensiero e il cuore 'rivolti al Cielo'. Possiamo incontrare, qui, oggi, sulla strada della vita, tanti nostri fratelli che seguono quelle orme: vivono da pellegrini 'provvisori' su questa terra. Sono impegnati, come tutti, a compiere la loro fatica terrestre, ma il loro passo è sempre diretto al Cielo.
Che servirebbero tanti sacrifici, se non fossero interpretati e vissuti come la necessaria fatica verso una gioia eterna? È la grande speranza che portano nel cuore tanti che ci sono vicini e da cui apprendiamo come si cammina nella vita verso il Cielo.
Viviamo della speranza che Cristo, salendo al Cielo, ha dischiuso all'anima. Questa speranza ci darà il miglior senso di questa vita presente: ci libererà dall'incombente ossessione del materialismo organizzato, opprimente castigo a se stesso, e, se avesse a prevalere, rovina della stessa civiltà cristiana.
Questa speranza del Cielo ci insegna a portare e santificare i dolori del nostro viaggio terreno, ci infonderà premura e amore per fare del bene ai nostri simili; ci conserverà nella libertà dello spirito, che l'orizzonte puramente temporale tenta di restringere e soffocare; ci ammonirà finalmente a considerare questo nostro provvisorio soggiorno sulla terra, come una vigilia laboriosa e amorosa, sostenuta dalla preghiera che vince il sonno della materia e della morte, in attesa dell'incontro e del ritorno a Lui, Cristo, ìn Cielo.
È necessario convincerci che la Resurrezione di Gesù e la sua Ascensione al Cielo, non è solo una 'questione personale', come una dimostrazione della potenza, che Dio ha su tutto, anche sulla morte, ma, Lui, Dio, si è fatto uomo, per coinvolgerci tutti, ma proprio tutti, nella Sua stessa sorte. È questo il grande evento dell'Amore del Padre.
Non ci rimane, allora, che guardare alla vita temporale, questo piccolo spazio, concessoci da Dio, non come un'avventura, ma come un valore che veramente ci riporta alla ragione per cui Dio ci ha creati: imparare a 'stare sempre con Lui' già qui sulla terra, per essere pronti a 'stare con Lui eternamente in Cielo'.
E questa è la missione che Gesù ha lasciato agli Apostoli, salutandoli, prima di ascendere al Cielo.
Narra Marco: "In quel tempo Gesù apparve agli Undici e disse loro: 'Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e se berranno qualche veleno non recherà loro alcun danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno'.
Il Signore, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme a loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano" (Mc 16).
È bello riflettere sulle ultime parole di Gesù, mentre manda i Suoi a predicare in mezzo a questo mondo che, anche se non appare, ha bisogno di infinito, di speranza, di quella gioia che ha il cielo ? un incarico che fa tremare anche noi, oggi, tanto è grande -. E' un compito che sembra non da poveri uomini, ma da Angeli, ecco perché Lui assicura la Sua Presenza 'operando con noi e confermando la Sua Parola con i miracoli che l'accompagnano'.
Ed è cosi.
Ogni volta che predico il Vangelo, sento davvero di essere solo la voce, povera voce, e nello stesso tempo, sperimento la manifestazione della potenza di Gesù.
Per questo noi, che veramente siamo discepoli di Gesù, oggi, siamo colmi di speranza, celebrando l'Ascensione del nostro Maestro e Signore.
Sappiamo che un giorno saremo con Lui e lo vedremo 'faccia a faccia'. Vivere diventa dunque un pregustare la gioia di quel posto che Gesù ci ha preparato. Ma soprattutto sappiamo che Gesù, asceso al Cielo, non è lontano da noi; è qui con noi a condividere la nostra 'passione quotidiana' e ci sentiamo forti della Sua Forza.
Se siamo sinceri con noi stessi, quante volte siamo assaliti da un nascosto e irrefrenabile desiderio di una vita che abbia più nulla a che fare con quello che viviamo, ma sia piena di una gioia, per cui sentiamo di essere nati e che non riusciamo a sapere dove attingere.
Ogni volta mi reco in pellegrinaggio a Lourdes, sono preso dal canto, durante la processione serale: 'Andrò a vederla un di' e, misurando le fatiche del mio ministero, ma nello stesso tempo la sua bellezza, davvero questo mondo mi appare un calvario da farsi, ma per arrivare là! Quanta nostalgia del Cielo! È la nostalgia che oggi viviamo, con la speranza che un giorno sia gioia piena.

domenica 13 maggio 2012

Ricordiamo Fatima

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Sono davvero molti gli appuntamenti che Maria SS.ma ha avuto in tante parti del mondo, a cominciare da Lourdes e Fatima. Ogni occasione era, non solo per rassicurarci sulla sua vicinanza di Mamma, a cui Gesù ci aveva affidati, ma per suggerirci, proprio come fanno le mamme, la via della salvezza.
Il 13 maggio del 1917 tre bambini pascolavano un piccolo gregge nella Cova da Iria, frazione di Fatima. Si chiamavano Lucia (10 anni) e i suoi cugini Francesco e Giacinta (9 e 7 anni). Verso mezzogiorno, dopo aver recitato il Rosario, all'improvviso videro una grande luce; pensando che si trattasse di un lampo decisero di andarsene, ma ne sopraggiunse un altro e sopra un piccolo elce videro una "Signora più splendente del sole" dalle cui mani pendeva un rosario bianco. La Signora disse ai tre bambini che era necessario pregare molto e li invitò a tornare in quel luogo per cinque mesi consecutivi, il giorno 13 e a quella stessa ora. I bambini così fecero e nei giorni 13 di giugno, luglio, settembre e ottobre la Signora tornò ad apparire e a parlare con loro. Ad agosto l'apparizione ebbe luogo il 19 nelle vicinanze di Aljustrel, perché il giorno 13 i bambini furono "sequestrati" dal sindaco. Nell'ultima apparizione, il 13 ottobre, la Signora disse di essere "la Madonna del Rosario" e chiese che venisse costruita in quel luogo una cappella in suo onore. Dopo l'apparizione tutti i presenti (circa 70.000 persone) furono testimoni del miracolo promesso ai tre bambini nei mesi di luglio e di settembre: dopo un forte temporale, smise di piovere e il sole per tre volte girò su se stesso, lanciando in tutte le direzioni raggi di luce di diversi colori. Il globo di fuoco parve staccarsi dal firmamento e precipitare sulla folla, che visse momenti di grande terrore. A dieci minuti dall'inizio del prodigio, il sole ritornò al suo stato normale e tutti si ritrovarono con gli abiti, prima fradici di pioggia, perfettamente asciutti. Più tardi, quando Lucia era già religiosa, la Madonna le apparve nuovamente (il 10 dicembre 1925, il 15 febbraio 1926 e ancora nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 1929) chiedendo le devozioni dei primi cinque sabati del mese e la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolata Il 13 maggio del 2000, il Papa Giovanni Paolo II ha solennemente beatificato i pastorelli Giacinta e Francesco. Nell'omelia, durante la Messa di beatificazione a Fatima di Giacinta il Papa ha così parlato: Nella sua sollecitudine materna, la Santissima Vergine è venuta a Fatima per chiedere agli uomini di "non offendere più Dio, Nostro Signore, che è già molto offeso".

Per questo Ella chiede ai pastorelli: "Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori; tante anime finiscono nell'inferno perché non c'è chi preghi e si sacrifichi per loro".
La piccola Giacinta ha condiviso e vissuto quest'afflizione della Madonna, offrendosi eroicamente come vittima per i peccatori. Giacinta era rimasta così colpita dalla visione dell'inferno, avvenuta nell'apparizione di luglio, che tutte le mortificazioni e penitenze le sembravano poca cosa per salvare i peccatori. Giacinta potrebbe benissimo esclamare come san Paolo: "Mi rallegro di soffrire per voi, completando in me stessa quello che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo Corpo, che è la Chiesa".
Pensieri sul Vangelo di oggi: "AMATEVI COME IO VI HO AMATI"
Diciamolo francamente. senza pudore, con la voglia di sincerità che segue il risveglio da una 'malattia', in cui ci siamo solo preoccupati di appropriarci di quello che ci piaceva, in tutto, facendo del nostro egoismo l'unica legge da seguire, per poi diventare anche giudici impietosi per gli sbagli che altri hanno potuto commettere - e la debolezza in questo senso è davvero grande!
Oggi non sappiamo neanche più provare ripugnanza per tutto il male che si commette e che pare, come fango, sommergere uomini e istituzioni: rischiamo l'assuefazione e non ci rendiamo conto che è questo il vero baratro, non la crisi economica, e, soprattutto, non riflettiamo che questo malessere che ormai viviamo è il frutto di esserci considerati regola dei nostri cattivi comportamenti, ognuno al suo posto e nel suo ruolo, senza eccezioni.

Quando si era più poveri - lo ricordo nella mia infanzia - tutti vivevamo un senso di appartenenza, rispetto all'ambiente in cui si viveva. Nella nostra vita, forte era il senso dell'amicizia e la solitudine non era mai di casa. Sentivamo che non si poteva e non si può vivere senza incontrare o dare amore. Sapevamo di non essere stati creati per l'isolamento, ma eravamo educati ad una realizzazione di sé possibile solo nell'apertura a chi ci era vicino o lontano, all'Altro, al prossimo.
È questa la verità profonda del nostro essere, ecco perché ci commuove e ci stimola a percorrere la stessa strada, scoprire come, ieri ed oggi, vi siano uomini e donne che, stanchi del loro 'solitario benessere', che diventa un carcere invisibile, ad un certo punto lasciano tutto e vanno dove sembra di poter dare qualcosa a chi non ha neanche un poco di affetto.
Ho in mente l'esempio di Follereau che scelse come amici carissimi i lebbrosi. La sua vita era un correre dove si trovavano ed ogni incontro diventava una festa.
Il lebbroso, che poteva stringere la sua mano amica, ritrovava la gioia dell'uomo che riscopre la propria dignità, creato per amare ed essere amato.
È un'esperienza di tutti scoprire, a volte, quanto sia contro natura e faccia soffrire avere anche solo la sensazione che nessuno si 'interessi' a noi.
Quando il Padre ci ha creati, ha fatto a tutti un grande dono, senza eccezioni: la capacità di amare come Lui ci ama e di essere amati. Siamo stati creati per l'Amore, ma lo dimentichiamo troppo spesso e la conseguenza è un vivere come se fossimo 'numeri', 'individui', ognuno preoccupato di raggiungere i propri obiettivi, la propria realizzazione.
Non abbiamo ancora capito che non conta essere importanti, ricchi o poveri, sani o malati, giovani o anziani: quello che ci fa davvero vivere, sentire vivi, è sapere che siamo amati, amando.
Amare è vita che dà vita, ed è quello che tante volte manca ai più.
Questa necessità e natura del vivere amando, è confermata dalla Parola di Gesù, oggi:
"Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore.
Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete quello che io comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamati amici, perché ciò che ho udito dal Padre mio,
l'ho fatto conoscere a voi. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri". (Gv. 15,9-17)
È una dichiarazione stupenda, che esce dal Cuore e dalla bocca di Dio, trasmessa a noi da Lui stesso. L'Amore fa parte ormai della nostra natura e vita.
Non c'è fèlicità più grande che di amare ed essere amati. E non c'è infelicità più tragica di quella di essere soli: è un non vivere, un togliere il respiro al cuore.
Come sarebbe bello, oso dire da discepoli di Gesù, se tra noi vi fosse un continuo ricercare la bellezza dell'Amore, costi quello che costi, per fare tanto spazio a chi ci sta vicino.
Questo non è utopia, non è sogno, non è illusione: è l'unica ragione della nostra esistenza. Afferma la saggezza: 'Non posso vivere senza amare e non posso amare senza vivere'.
È la prima ed unica vera 'regola' della nostra vita; fuori di essa vi è l'autodistruzione.
È la ragione per cui scrivo a voi e che genera la gioia di chiamarvi 'amici' di tutto cuore.
È la regola che S. Giovanni, l'apostolo prediletto di Gesù, oggi, sulle orme del Maestro ci offre:
"Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio.
Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.....
In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati". (I Gv. 4, 7-10)


domenica 29 aprile 2012

Io sono il Buon Pastore

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: quest'oggi meditiamo la pagina evangelica che ci mostra Gesù Buon Pastore, attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

C'era un tempo - e dovrebbe essere sempre - in cui si accentuava la figura del pastore, ossia di quanti Gesù chiama a continuare la Sua presenza tra gli uomini, conferendo loro la Grazia di continuare la Sua opera della salvezza, come Lui.
Ricordo che, da parroco, in Sicilia, si viveva questa giornata come la festa del parroco, buon pastore, ossia Gesù tra di noi. Era il giorno che sollecitava noi sacerdoti e pastori di anime, a chiederci se eravamo in linea con il nostro 'essere', con la nostra 'chiamatà.
Ma chi sono i pastori? Uomini che Gesù sceglie, sradica quasi da questo mondo, li afferra tutti per Sé, affidando loro i Suoi poteri.
Proviamo a volte tanta confusione, conoscendo di quali poteri siamo investiti e di quanta stima e fiducia siamo circondati.
Nessuno può scegliere di essere sacerdote: è Dio stesso che sceglie e chiama.
Ricordo come una volta, incontrando una persona che dimostrava tutta la sua stima verso di noi sacerdoti, chiesi: 'Perché ha così tanta stima e fiducia?'. La risposta mi lasciò stupito: 'Ma voi sacerdoti siete Cristo tra di noi. Normalmente le altre persone, nei loro diversi ruoli, quando va bene, sfiorano la bellezza della santità. Voi ci mostrate Gesù, anzi, siete Gesù tra di noi!'.
Questa è fede profonda!
Sono tanti gli anni che sono prima sacerdote e parroco, poi vescovo, che è davvero la più grande responsabilità verso i fedeli che ci sono affidati.
Non si può essere Cristo tra la gente 'in qualche modo' o, peggio ancora, 'a mezzo servizio'. Per noi, ogni attimo della vita e ogni azione dovrebbe mostrare il Cuore di Dio.
Si prova tanta gioia, ma anche confusione, quando celebrando la S. Messa, affermiamo, diventando Gesù stesso: 'Questo è il mio corpo'. Se da una parte si avverte tutta la propria povertà di uomini, dall'altra non possiamo che rallegrarci, per il dono ricevuto.
Sono gli stessi sentimenti profondi che si provano quando, con la stessa autorità di Dio, nel Sacramento della Penitenza, assolviamo i fratelli: 'lo ti assolvo dai tuoi peccati!'.
Incredibile agli occhi umani, ma realtà divina che si realizza.
E come è grande la responsabilità della proclamazione della Parola di Dio.
Tutto in noi, sacerdoti e vescovi, è Presenza di Gesù che opera. Ma occorre anche meritare, con la testimonianza umile e seria, la fiducia dei fedeli e soprattutto sforzarsi di esprimere una illimitata bontà, che dovrebbe essere la caratteristica dominante di un 'buon pastore'.
Essere 'pastori' non è un mestiere, ma un'azione di Dio in noi e con noi.
Così, oggi, Gesù parla: "Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde: egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre e offro la vita per le pecore.
E ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso perché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre". (Gv. 10, 11-18)
I fedeli, giustamente, esigono che il sacerdote, che li ha in cura, sia davvero l'incarnazione di Gesù, per lo stile di vita e la fede e serietà espresse dalla sua condotta. Chiedono a noi preti e vescovi di essere coerenti per comportamento e testimonianza. La gente ci vuole vedere diversi: siamo Gesù.
E del resto non possiamo prenderci gioco della fiducia che Dio ha avuto in noi, chiamandoci: una fiducia che la Chiesa ha confermato con l'ordinazione.
L'obbedienza mi ha chiesto di essere parroco in Sicilia. Una prova difficile, per tante ragioni.
Il sacerdote che aveva in cura quella parrocchia si era sposato. Eravamo due sacerdoti e dovevamo ricostruire la fiducia della gente. Ci vollero due anni di paziente attesa, poi, lentamente, la gente cominciò un nuovo cammino e divenne comunità, una stupenda famiglia.
Venne il momento della prova, con il terremoto del gennaio 1968.
Quella notte richiese tutto il nostro amore. La comunità era spaventata e dispersa.
La gente si affidò a noi e così, con la Grazia e la Forza di Dio, si potette vedere il volto meraviglioso del sacerdozio, che ha cura dei fedeli.
Ricordo quei giorni e quegli anni con tanta commozione. Ancora oggi conservo lo stesso amore.
Poi venne il tempo della grande prova, quando Paolo VI mi chiese di essere vescovo di Acerra: una Diocesi che mancava di un pastore da 12 anni.
Dovevo rimettere in piedi una comunità che non esisteva più. Suscitando lentamente fiducia e collaborazione divenne una Diocesi ammirata, al punto che il S. Padre, Giovanni Paolo II, scelse due miei sacerdoti per essere vescovi. Un fatto incredibile.
Paolo VI, parlando ai sacerdoti, affermava: "Noi preti dobbiamo avere una maniera speciale, un'arte speciale di amare Cristo. E qual è? Vediamo se abbiamo cauterizzato il nostro cuore da ogni altro amore per mantenerlo esclusivamente, totalmente impegnato nell'amore di Cristo. Vediamo se siamo ancora in questa dolcezza, in questa totalità di amore a Cristo. Vediamo se lo amiamo veramente come persona viva, presente, se siamo veramente legati con tutto il cuore a nostro Signore Gesù Cristo. Tutta la nostra iniziazione sacerdotale si è svolta proprio su questo tema: 'Ti amerò con tutta l'anima. È il giorno dell'amore questo. Io sono tuo'. Abbiamo detto questo nel giorno in cui abbiamo ricevuto il sacerdozio. Lo diciamo ogni giorno.
Ma possiamo oggi affermarlo con la stessa dedizione di fedeltà? Forse sì, ma di intensità?
Deboli come siamo, forse no. Facilmente ci lasciamo andare e diventa un'abitudine. L'abitudine ci fa comodo! E le parole che prima commuovevano ed esaltavano il nostro spirito? Si fermano sulle labbra, senza entrare nel vivo della vita, abbiamo tante cose da fare, diciamo.
E così ci siamo concessi più alla vita esteriore che a quella interiore. Dobbiamo essere sempre consapevole e presenti alle cose sacre e divine che si realizzano a mezzo delle nostre mani, della nostra voce. Dovremmo ricordarci che i nostri fedeli vogliono che il loro prete sia santo, sia davvero Gesù tra di noi (Paolo VI, vescovo a Milano)
Possono sembrare parole esigenti, dure, ma se ci pensiamo è proprio quello che i fedeli - Dio stesso - chiedono a noi. La comunità che ci è affidata, è composta da persone che sono consce del bisogno di avere chi le guida nel sentiero della fede.
Siamo davvero buoni pastori, pronti a cercare le pecore che si smarriscono, a dare la vita per trovarle e poi fare festa?
Questa domenica ogni comunità giustamente guarda ai propri pastori, non per criticarli, ma per sostenerli nella preghiera e nella collaborazione. Siamo tutti, preti e vescovi, consapevoli delle nostre debolezze, ma sappiamo anche che i nostri fedeli ci chiedono di essere vere guide in questa vita, in cui tante volte sono circondati da mercenari che li usano per i loro interessi e non si curano del loro vero bene.
Con noi cammina e ci sostiene la potenza stessa di Cristo, che ci ha scelti e chiamati. Non può venir meno la nostra fede; Lui è la nostra Guida, il nostro Maestro, il nostro unico Signore.
E dico alle mamme e ai papà: siate felici se Dio dovesse chiamare qualche vostro figlio ad essere sacerdote. È un dono immenso che vi viene offerto.
Ricordo come mamma, il giorno in cui andai ad annunciarle che la Chiesa mi voleva vescovo, fosse tanto felice, al punto da esprimere la sua infinita gioia con uno schiaffetto, dicendomi: 'Ricordati di essere un buon vescovo!'. Alla mia perplessità sulla chiamata - 'Non so come farò' le dissi - serena mi riprese: 'Perché ti preoccupi? Se Dio ti ha chiamato, saprà come guidarti e sostenerti!'.
E così è stato.
A me non resta che dire un grande Grazie a quanti - e sono davvero moltissimi - Dio mi ha fatto dono di incontrare o di servire. Ho sempre ricevuto tanta stima e gioia ed è giusto che oggi chieda a voi di ringraziare con me Dio, continuando a pregare perché sia sempre per tutti il 'buon pastore' che ci si attende. Grazie di cuore.

domenica 22 aprile 2012

Perché siete tristi?

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: quest'oggi meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Doveva davvero essere triste il cuore degli Apostoli, dopo la morte del Maestro. Avevano vissuto insieme, con quale animo è difficile immaginare. Avevano fatto un'esperienza unica con Gesù. Erano stati ammirati del suo parlare profetico, che prospettava una vita, il cui compimento era oltre questo pellegrinaggio terreno. Ma era per loro difficile, forse impossibile, anche solo pensare di poterlo rivedere Risorto. Non esisteva nessuna esperienza in proposito. Eppure, nello stesso tempo, era come se il loro cuore rifiutasse l'evidenza, 'sperando contro ogni speranza' che forse sarebbe accaduto davvero qualcosa che non era esperienza umana: la Resurrezione, appunto.
È lo stesso sentimento che proviamo noi, ogni volta pensiamo al nostro futuro.
Sappiamo che la nostra vita ha un termine qui, ma nello stesso tempo avvertiamo in noi 'un germe di eternità', la certezza, nella fede, che l'oggi è solo la vigilia di un domani senza fine.
Che senso del resto avrebbe la vita, se non avesse un domani?
È davvero vita quella che non ha prospettive nel futuro?
C'è in tutti noi - sperando che nessuno sia vittima del materialismo, tutto ingolfato nel qui, considerato come un effimero passaggio senza sbocco - la consapevolezza che la vita va al di là di questa nostra esperienza terrena, dove tutto è provvisorio, che si sbriciola giorno per giorno per fare strada alla vera Vita che non ha fine, come il seme che pare disintegrarsi, ma per lasciare spazio al germoglio che lui è.
Era il sentimento ambivalente che provavano gli Apostoli. Tristezza per il timore di essersi sbagliati e che tutto fosse finito, speranza che qualcosa di impensabile potesse accadere... Gesù non aveva forse più volte parlato della Sua Resurrezione?
La Presenza di Gesù sulla terra era dovuta al grande amore del Padre, che voleva, tramite Suo Figlio, farci tornare al vero nostro essere, quello da Lui pensato, fin dall'origine del mondo: essere Suoi figli, tutti, ma proprio tutti, perché, anche se non ce ne accorgiamo, siamo a Lui cari come figli. Troppo spesso ci scordiamo della nostra origine divina. Prima che nascessimo nel seno di mamma, eravamo già esistenti nel Cuore di Dio, come veri figli, chiamati a stare con Lui e a partecipare del Suo Amore per l'eternità.
Ma ci voleva la 'chiave' per riaprire la porta del Cielo: il Verbo di Dio Incarnato.
Gesù come noi e per noi è il Dono che ha cancellato ogni traccia di peccato originale, quello che ci impediva di stare con Dio, di farci ritornare a essere completamente parte della Sua Famiglia in Cielo. Dovremmo sempre avere davanti agli occhi, nella mente e nel cuore, questa nostra fondamentale 'vocazione al Cielo' e su di essa impostare tutta la nostra esistenza quaggiù. I cristiani saggi vivono nell'attesa della visione di Dio e su questa certezza di fede impostano la vita, come si legge nella lettera a Diogneto, che risale ai primi tempi del Cristianesimo.
Ne offro uno scorcio, che è la fotografia stupenda di come i nostri fratelli, e sicuramente anche gli Apostoli, dopo le loro incertezze e dubbi, ormai confermati nella fede dal Cristo Risorto, hanno saputo interpretare la vita.
"I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi. Né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri, partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è loro patria e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma la loro cittadinanza è in Cielo. Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono condannati. Sono uccisi e riprendono a vivere. Sono poveri e fanno ricchi molti. Mancano di tutto. Sono disprezzati e nel disprezzo hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Facendo del bene vengono puniti come malfattori. Sono condannati e gioiscono ed è come se ricevessero vita".
Questa è la profonda trasformazione che avviene negli uomini che credono e vivono la Resurrezione. Uno stile di vita difficile, anzi impossibile, se non si pone la speranza nel Risorto. Quella speranza che è mancata per un momento agli Apostoli, impauriti dalla morte di Gesù.
Hanno vissuto quell'incertezza che è davvero l'oscurità dell'anima, che anche noi possiamo provare, quando per qualche dura prova della vita perdiamo la serenità e viviamo il dubbio che tutto sia illusione: una sofferenza che tutti, credo, seppur in forme forse diverse, abbiamo sperimentato.
È la prova della nostra fede ed è in quei momenti che, a volte, si spalanca poi all'improvviso il Cielo di una gioia inattesa, come narra il Vangelo di oggi.
"In quel tempo di due discepoli che erano ritornati da Emmaus narravano agli Undici ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: 'Pace a voi!'. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: 'Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che ho io'.
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed
erano pieni di stupore, disse: 'Avete qui qualche cosa da mangiare?'. Gli offrirono una porzione
di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: 'Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosé, nei Profeti e nei Salmi'. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: 'Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni'. (Lc. 24, 35-48)
Chi non si sente l'inferno addosso - se non si è spenta la voce della coscienza - ripensando ai nostri dubbi o, peggio, ai rifiuti dell'immenso amore con cui Dio ci circonda?
Non siamo ancora in Cielo: lo dobbiamo 'conquistare'. È vero che il vivere è a volte un viaggio duro, pericoloso, ma non lo è più, se siamo sorretti dalla fede di chi cammina con e verso Gesù Risorto. Per questo stupisce e disorienta il rendersi conto di quanti, troppi, vivano come se il Cielo non ci fosse e, quindi, neppure una vita nuova dopo la morte.
Eppure anche se vive in noi un solo briciolo di verità, non possiamo non sentire la nostalgia di un amore più grande, che non può avere casa quaggiù, dove, se siamo fortunati, possiamo al massimo godere di qualche sprazzo, che è come un raggio di sole, che si affaccia al mattino e scompare al tramonto.
Basterebbe stare vicino a fratelli e sorelle che vivono con la nostalgia del Cielo - una nostalgia che li fa vivi, ma come in attesa di una Gioia completa - per scoprire davvero che cosa sia l'ansia di vedere Dio e, quindi, il Paradiso.
Questa terra può solo, a volte, impaurirci, come è accaduto agli Apostoli dopo la Crocifissione del Maestro. Dobbiamo incontrare Gesù vivo, diventare testimoni della Resurrezione, sua e nostra. Dobbiamo lasciarci da Lui riempire il cuore di fede e di amore. Allora Gesù stesso ci mostrerà le Sue piaghe. Solo così, attraverso le Sue piaghe, potremo chinarci, senza paura, sui tanti crocifissi del nostro tempo: i poveri, i malati, i soli, gli emarginati, vedendo nelle piaghe dei nostri fratelli le piaghe stesse di Gesù, che è morto e risorto perché anche noi, tutti, risorgessimo.
Scriveva don Tonino Bello:
"Carissimi, coraggio! Irrompe la Pasqua.
È il giorno dei macigni che rotolano via dall'imboccatura dei sepolcri.
È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più
e che oggi corre di bocca in bocca, ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la festa di quanti si credono delusi della vita,
ma nel cui cuore ora all'improvviso dilaga la speranza.
Che sia anche la festa, in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria". (Tonino Bello)