domenica 8 luglio 2012

Gesù Profeta fuori patria


14^ domenica T.O.
( Mc 6, 1-6) 

Gesù affascinava con la sua parola, era un trascinatore, stava spopolando paesi e città per raccogliere le folle al suo seguito, contrariamente agli scribi e farisei che “con la loro attesa di un Messia che non arrivava mai, la loro monotona fedeltà a una legge di 613 precetti, la ripetitività di formule e divieti, non riuscivano certo ad entusiasmare le folle e a farle accorrere”. (Sigalini)
Con Gesù, tutto è nuovo: non formule, ma storia viva; non precetti in abbondanza, ma guarigioni e miracoli in abbondanza; non fedeltà a una legge a scapito dell’uomo, ma salvezza dell’uomo anche a scapito della legge: quante volte aveva infranto il riposo sabbatico per guarire e salvare chi era perduto!

• Forestiero in casa propria

Ma ecco che dopo tutto questo successo, Gesù torna a Nazareth, nella sua patria. E che succede? I suoi concittadini lo vedono tornare, vanno ad ascoltarlo alla sinagoga, il primo sabato, quando Egli và a dare il suo insegnamento e si scandalizzano addirittura di Lui. Ma cosa sta dicendo costui, il figlio del carpentiere, il figlio di Maria: La madre non è forse quella che vediamo andare al mercato, ad attingere acqua, ad impastare il pane come ogni buona massaia? E la famiglia non è forse quella che vediamo in sinagoga (oggi diremmo in chiesa) tutti i sabati?
Questo giovane partito dal paese qualche anno addietro, anche se altrove aveva fatto miracoli e trascinato le folle, ai nazaretani non importava: loro sapevano tutto e di più su di Lui. Non era possibile che Dio si manifestasse in un personaggio così poco appariscente, senza titoli né niente che potesse accreditarlo presso i notabili del paese. Dio non si manifesta certo in questa quotidianità e per di più in una banale cittadina qualunque. Da Nazareth cosa può mai venire di grande?

• Altri tempi, stessa storia!

E Gesù cosa avrà provato davanti a questo mormorio fatto di incredulità e diffidenza? Sicuramente tanta tristezza: l’incomprensione totale dei suoi non Gli permise di operare molti miracoli e lasciò la sua patria con tanta amarezza e delusione nel cuore. Questa loro incapacità di cogliere il mistero della Sua persona e di vedere spiragli d’infinito in questa crosta quotidiana, deve avergli trafitto il cuore quanto una spada. Quindi, da una parte non riconosciuto dai suoi e dall’altra, rifiutato dai dottori della legge, perché attentava al loro prestigio.
Altri tempi, stessa storia! Nessuno è profeta in patria. Quei tempi erano dunque come questi. Ingabbiamo il divino; deve per forza rientrare nei nostri schemi, se no, in una realtà diversa, gli neghiamo la residenza! Molto spesso abbiamo occhi per non vedere e orecchie per non sentire.

• Esiste ancora la profezia?

Ma chiediamoci: allora c’erano i profeti (non riconosciuti, ma profeti lo stesso…) e ora? Esiste ancora la profezia? Esiste ed è accessibile a tutti; sapete qual è? E’ quella interiore che ci rende capaci di riconoscere il bene altrui. E non solo di riconoscerlo, ma di evidenziarlo, di diffonderlo, di mettere la nostra gioia nel farlo conoscere. Così sfuggiremo al pericolo di perdere la ricompensa stessa del profeta perché “chi riconosce un profeta avrà la ricompensa del profeta”. E sfuggiremo anche al pericolo di peccare contro lo Spirito Santo.
Chiediamo al Signore la grazia di saper scorgere i segni della Sua presenza nel prossimo più prossimo: magari Egli ci fa incontrare persone che potrebbero aiutarci nella via del bene, ma noi non le consideriamo neanche. Il catechismo romano definiva come peccato contro lo Spirito Santo il voluto mancato riconoscimento della grazia altrui.
Se sapremo godere del bene altrui, ne faremo di più anche noi e saremo particolarmente cari al Signore!

Wilma Chasseur

domenica 1 luglio 2012

Necessità e bellezza della carità

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

La Chiesa Madre di Gerusalemme, già dai suoi inizi, per le sue tante difficoltà, venne a trovarsi in grandi ristrettezze economiche. Aveva bisogno dell'aiuto delle Chiese sorelle, che in quegli anni erano sorte in tanti luoghi per la forza dello Spirito Santo che operava negli Apostoli.
Ed allora l'apostolo Paolo prende l'iniziativa di farsi voce delle sofferenze dei fratelli e sollecita una condivisione. La sua sollecitudine è descritta in una lettera ai Corinzi:
"Fratelli - scrive - come voi vi segnalate in ogni cosa, nella fede come nella carità che vi abbiamo insegnato, così distinguetevi anche in quest'opera generosa. Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero. Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca la loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca la vostra indigenza e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno." (II Cor. 8, 7)
Offre, questa raccomandazione, lo spunto per una riflessione sulla qualità della nostra carità. Sappiamo dagli Atti degli Apostoli come all'inizio vi fosse una comunione di beni al punto che chi possedeva donava e nessuno era in difficoltà. Un comportamento difficile forse da imitare, ma un esempio in cui specchiare il nostro atteggiamento verso i fratelli, almeno quelli che sono più vicini a noi. Se diamo uno sguardo all'umanità è evidente che c'è chi vive in un'abbondanza che, agli occhi del Padre, diventa richiamo alla carità, diversamente ciò che si ha può essere grave mancanza verso chi non possiede nulla. Si resta pensierosi, almeno noi qui in occidente, davanti al solo pensiero che milioni di persone, mentre noi abbiamo il necessario e molto di più (nonostante la crisi!) altri sono costretti ogni giorno a combattere contro la fame, di cui muoiono.
In tutta la storia delle nostre Chiese, credo, non siamo ancora riusciti a dire parole che esprimano con tanto coraggio lo spirito di comunione, come con delicatezza e forza ha fatto S. Paolo, scrivendo ai fratelli di Corinto.
Forse ogni tanto bisbigliamo calcolate raccomandazioni di essere generosi nella nostra partecipazione alle povertà dei fratelli, pur avendo sotto gli occhi un quadro spaventoso di tante Chiese sorelle in difficoltà nel mondo. Ed è una situazione che non si ferma ai casi drammatici e clamorosi delle Chiese che vivono ai margini della morte per fame, per le persecuzioni e distruzioni, ma si allarga anche alle nostre Comunità in Italia, in cui risalta una diversità, a volte scandalosa. Basta considerare i pochi secondi che i mezzi di comunicazione danno ogni giorno alle sacche di povertà che esistono tra di noi. La nostra è davvero una civiltà basata sulla giustizia, che ha come riferimento l'amore per tutti? Nessuno, utopisticamente, può pensare sia realizzabile una società in cui tutti siano uguali, per quanto riguarda la situazione economica - naturalmente è diverso il discorso riguardo la dignità e i diritti della persona, che uguali devono essere in una società civile - Purtroppo da un punto di vista economico ci saranno sempre famiglie che hanno più del necessario e possono permettersi tanto lusso, che mortifica la giustizia e, nello stesso tempo, aumenta lo stato di necessità di tanti. Non c'è bisogno di tante parole: basta guardarsi attorno per vedere e notare le grandi differenze sociali, soprattutto oggi, in tempo di crisi. Ecco dunque l'urgenza della verità: se la proprietà è un diritto, questa non deve cancellare la carità. Più si è nel benessere, più amore e solidarietà deve esserci verso chi non ha.
"Il possesso e la ricerca della ricchezza come fine a se stessa - scrive Paolo VI - come unica garanzia di benessere presente e di pienezza umana è la paralisi dell'amore. I drammi della sociologia contemporanea lo dimostrano e con quali prove tragiche ed oscure! E dimostrano che l'educazione cristiana alla povertà sa distinguere innanzitutto l'uso del possesso delle cose materiali e sa distinguere poi la libera e meritoria rinuncia ai beni temporali, in quanto impedimento allo spirito umano nella ricerca e nel conseguimento del suo ottimo fine supremo che è Dio e del suo fine prossimo che è il fratello da amare, da servire dalla carenza di quei beni che sono indispensabili alla vita presente, cioè dalla miseria, dalla fame, a cui è dovere e carità provvedere.
Noi ci fermeremo all'elogio della povertà in spirito che purifica la Chiesa dal superfluo, insegna a rifuggire dal mettere il cuore e la fiducia nei beni di questo mondo! Ritrae il cristiano da ogni ruberia e disonesta amministrazione e da ogni illegale affarismo ed abitua a fraternizzare con persone di livello sociale inferiore". ( 2 Ottobre 1968)
Credo sia davvero una necessità, oggi, tornare a vivere quella semplicità e sobrietà di vita che fa spazio nel cuore ai veri beni che contano davanti a Dio e agli uomini.
Ma ci sarà consapevolezza, in questa società, dell'urgenza dello spirito di povertà?
Nel Vangelo di oggi, l'evangelista Marco ci mostra Gesù nella pienezza della Sua missione tra di noi: una missione caratterizzata di povertà di spirito che diviene totale disponibilità e carità verso l'altro. "In quel tempo, Gesù, essendo passato di nuovo all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. "Si recò da Lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: 'La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva'. Gesù si recò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 'Se riuscirò a toccare il suo mantello, sarò guarità. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era stata guarita. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da Lui, si voltò alla folla dicendo: 'Chi mi ha toccato il mantello?'. I discepoli gli dissero: 'Tu vedi la folla che si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?'. Egli intanto guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne e gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: 'Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male'.
Mentre avviene il miracolo della donna e Gesù sta parlando con lei "dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: 'Tua figlia è morta, perché disturbi il Maestro?'. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: 'Non temere, continua ad avere fede! E non permise a nessuno di seguirLo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato disse loro: 'Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, dorme'.
Ed essi lo deridevano. Ma egli cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: 'Fanciulla, ti dico: alzati!'. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare: aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare". (Mc. 5, 21-43)
Da un lato ci si stupisce della profonda fede di chi va da Gesù: una fede totale, del cuore, forse difficile per noi che a volte crediamo di essere ascoltati per le nostre tante parole, più che per la nostra reale fede. Dall'altra commuove la carità di Gesù, Dio, a cui basta la fiducia senza limiti, nel profondo del cuore, di chi sa affidarsi a Lui, come la donna guarita, per venirci incontro e guarirci.
Attorno a noi - se abbiamo la capacità di leggere le tante difficoltà e problemi nascosti - c'è tanta gente che ha come sola voce la sofferenza e cerca chi doni anche un lume di speranza o qualcuno pronto a condividere. Dovremmo tutti avere la fiducia e umiltà della donna del Vangelo, il coraggio e la convinzione di Giairo, per poter diventare portatori di speranza, ma molte volte siamo talmente presi dal nostro io, che non sappiamo vedere chi sta vicino a noi, per affidarlo al Maestro.
Ricordo una notte di Natale, dopo la S. Messa di mezzanotte, nella grande chiesa assiepata, mi accorsi, tornando in sacrestia, di una giovane nell'angolo di una cappella. Ci voleva poco a capire che era vittima di una grande sofferenza, che nessuno vedeva. Mi fermai, mi avvicinai e le dissi semplicemente: 'Coraggio! Gesù è nato anche per te. Io vedo il tuo dolore, ma so che Lui consola.
Il giorno dopo, quella giovane venne a trovarmi e mi disse: 'Questa notte lei mi ha ridato l'amore alla vita. Mi ha fatto sentire che non si è mai del tutto soli. Ho capito l'Amore di Dio che facendosi uomo si è fatto vicino a me e ho ritrovato la serenità' .
Quanto bene può fare la carità che entra nella vita di chi soffre! Che Dio ci faccia capaci di avere un cuore grande e libero, capace di 'vedere', accogliere ed essere solidale con tutti.

domenica 17 giugno 2012

Da un piccolo seme un grande albero

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

È sempre per me un grande dono di Dio farmi vicino a tanti fratelli nella fede e con loro entrare nella bellezza divina della Sua Parola che è la vera via da percorrere, per dare senso alla nostra esistenza. Si nota un vuoto di senso attorno a noi, per cui a volte molti non riescono a capire la ragione stessa della loro vita, affidandosi così a fatti, sogni e cose che hanno il passo breve.
Ma ci sono anche coloro che nel tempo si accorgono di essere entrati in una famiglia o comunità o accanto ad una persona con cui, insieme, è possibile cercare di gustare e farsi educare dalla Parola. Si ha allora come l'impressione di aprire una finestra nell'animo di chi insieme a noi medita e riflette e da quella finestra entra tanta luce.
È sempre una grande gioia, e per questo spero che anche il nostro dialogo divenga luce in voi. Grazie, carissimi e carissime! Magari potessi offrire, grazie anche al vostro prezioso aiuto, un solo barlume di Luce, di Speranza a tanti altri!
Infatti, se c'è un atteggiamento, presente in tanti, che crea sofferenza, ma è soprattutto stonata sulla bocca di troppi cristiani, è il manifestare insistentemente quasi un senso di impotenza di fronte alla brutalità del male, che il mondo ci prospetta giorno dopo giorno, in una scalata che sembra volersi avvicinare al dominio totale sull'uomo.
Quanta gente, oggi, porta sul volto l'espressione dell'amarezza che ha dentro. A volte si ha come l'impressione che il male stia sommergendoci, negandoci ogni briciola di speranza.
Basta sfogliare i giornali, per leggere nelle prime e... in tutte le notizie, il disagio dell'umanità.
Un disagio che si incarna nei tanti fatti negativi che accadono, privati e pubblici, o nei fatti di reale sofferenza di tanti, che vorrebbero forse vedere un mondo diverso, vivere una vita più serena, essere protagonisti con tutti di cronache che suscitino speranza: speranze che sembrano spesso svanire, lasciando un vuoto ancora più devastante.
Qualche giorno fa', un uomo - molto colto fra l'altro - evidentemente non riuscendo a farsi una ragione del male che è tra noi, mi fece questa domanda: 'Mi dica, Padre, cosa consiglierebbe ad un giovane? Mettersi decisamente sulla strada della verità, della giustizia, dell'amore, ossia sulla strada di Cristo, distinguendosi nettamente dalle regole del mondo, ma rischiando di farsi emarginare proprio per le sue scelte, frutto di grandi ideali o, visto l'andazzo generale accettare qualche compromesso con la propria coscienza, che la società offre in ogni settore, sporcandosi senza troppi scrupoli mani e cuore, perdendo forse la dignità, ma assicurandosi favori e una strada percorribile?'. A me pare che la risposta sia già nella domanda stessa, ma penso sia opportuno esplicitarla con chiarezza e, per questo, ci viene incontro oggi l'apostolo Paolo, grande testimone della totale aderenza al Vangelo e, di conseguenza, proprio per le sue scelte radicali, vittima di incredibili persecuzioni, al punto da metterne a rischio la stessa vita, e più volte. Ma a Paolo poco importava il bene della sola vita temporale! Troppo profonda ormai la sua 'assimilazioné a Cristo.
Il Vangelo certamente fa giustizia di tanti che voltano le spalle a Cristo per non avere fastidi nella vita. Facile cedere al vuoto del mondo, sembra non si corrano rischi... ma spesso, già quaggiù, i frutti dell'agire secondo il mondo sono solitudine e non senso, mentre stupendo è il 'premio' garantito alla coerenza di chi fa del Vangelo il solo Libro della sua vita: è pace e gioia nello spirito. E, grazie a Dio, ci sono ancora tanti cristiani che non si lasciano intontire dall'ambizione alle cariche o dalla superficialità delle mode senza senso.
Le critiche sono per loro la conferma davanti a Dio e agli uomini che la coerenza nella fede è un bene che va oltre tutti i vantaggi momentanei, spesso definiti 'bené, ma che tali non sono.
Ma occorre davvero vivere una fede che riveli la pienezza della Presenza di Dio, l'Unico capace di sostenerci fino al martirio.
Scrive, dunque, oggi, S. Paolo ai Corinti:
"Fratelli, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo - camminiamo infatti nella fede e non nella visione - siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, CI SFORZIAMO DI ESSERE A LUI GRADITI. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male". (II Cor. 5,6-10)
Impressiona oggi, diciamocelo con quella sincerità che è la sola luce che ci aiuta a trovare la giustizia, quella dannata leggerezza che serpeggia nell'accettare le tante offerte del mondo, simili a fuochi artificiali nella notte, che offrono luce e calore per la durata di pochi secondi!
Una volta spentisi, si torna al buio e alla realtà evanescente a cui ci siamo affidati.
È 'coraggio' l'affidarsi al nulla delle cose o non è piuttosto essere degli sprovveduti, incapaci di guardare oltre l'immediato, il subito ed adesso?
Occorre davvero tanto coraggio per essere cristiani veri, che si nutrono di fede e danno alla vita il significato che Dio stesso le ha donato?
Racconta l'evangelista Marco ciò che Gesù disse alla folla:
"Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura". (Mc. 4, 26-34)
Ed è davvero così. I cristiani, che con serietà vivono di fede, di fatto da essa si fanno condurre e... neanche si accorgono della loro bontà, della loro stessa fedeltà: la fede è in loro un seme che cresce, ma essi sono solo tesi ad essere fedeli nella ricerca di Dio: una ricerca che matura come il seme che diventa spiga.
Sono tanti i fratelli nella fede che la coltivano nella vita, forse conoscono anche la fatica di mettere alle spalle il mondo, ma soprattutto vivono dell'interiore gioia che Dio dona in pienezza a chi vive di fede in Lui: chi ama non pensa a ciò che rinuncia, ma all'amore di cui vive.
Ogni volta visito qualche monastero o incontro cristiani di fede profonda, mi stupisce la loro serenità, a volte nonostante difficoltà o sofferenze.
Hanno lo sguardo di chi vede oltre il tempo, oltre le apparenze. Cercano di dare alla vita, in ogni atto o gesto quotidiano, anche il più semplice, la stessa cura che Dio ha per il seme che ha posto in loro. Sono un vero spettacolo che sparge speranza nel mondo, come una sfida da accettare.
D'altra parte tutti sappiamo che la vita non è uno scherzo: la vita non concede a nessuno leggerezza e superficialità, perché comunque, per la sua stessa finitezza, mette a dura prova ciò che davvero siamo e crediamo.
Quello che ogni volta dico a me stesso: il sorriso di un cristiano di grande e sincera fede - e ne incontro tanti - testimonia la bellezza dell'uomo che, ogni giorno, si lascia plasmare da Dio.
Ma sappiamo dare a Dio la nostra totale ed incondizionata fiducia, abbandonandoci alla Sua azione, mettendo la nostra vita nelle Sue mani e nel Suo Cuore, affidandoci a Lui, credendo che Lui e solo Lui conosce il cammino che dobbiamo percorrere per essere davvero felici?
Dio non voglia, carissimi, che viviamo senza una ragione o senza uno sguardo al Cielo. Ricordiamocelo sempre: non siamo cose, siamo figli del Padre, tutti, e quindi chiamati alla sola Bellezza che è propria dei figli di Dio, quella che si riflette nelle persone buone.
Affermava Paolo VI, nostro grande amico ora dal Cielo:
"La vita cristiana è come un sole che splende sull'insieme dei nostri giorni. Figlioli miei, se questo sole finisce per spegnersi, che cosa si perderebbe?
Alcuni dicono niente e invece si perderebbe proprio il senso della vita: perché lavorare, perché amare gli altri, perché essere buoni, perché soffrire, perché vivere, perché morire se non c'è una speranza al di sopra di questa nostra povera vita sulla terra?
La gioia cristiana - giova ripeterlo - è dare il senso, il valore, la dignità al nostro passaggio sulla terra. Per questo il nostro grido è: Siate veri cristiani: cristiani nelle opere e non a parole".

domenica 10 giugno 2012

Solennità del Corpus Domini

Torna l'appuntamento domenicale di meditazione del Vangelo: meditiamo la pagina evangelica attraverso il commento di mons. Antonio Riboldi:

Dobbiamo prendere atto che la Solennità del Corpus Domini, un tempo celebrata anche con uno splendido apparato esterno, oggi, per varie ragioni, è vissuta in tono minore, almeno in molte comunità. Si adducono motivi di ordine pubblico, come il traffico da limitare, o altri più o meno validi, ma di fatto si mette in secondo piano la bellezza di vedere ed onorare Gesù che 'passa' per le nostre strade, e viene annullata la possibilità di manifestare pienamente il nostro grande Grazie al nostro Dio, rimasto tra di noi.
Era commovente - per chi crede, naturalmente - e lo è ancora oggi nei pochi luoghi dove accade, vedere passare Gesù nelle vie delle nostre città o paesi, quasi a voler visitare di persona i luoghi dove scorre la nostra vita quotidiana. Era ed è un modo - che ci colma di pace - per mostrare all'Amico Gesù dove viviamo, soffriamo o gioiamo. Di fronte ad alcune resistenze, mi diceva un giorno un vigile, quasi a scusarsi e scusare: 'Che vuole? La gente sopporta malvolentieri quello che viene percepito come un disturbo. Abbiamo tutti sempre tanta fretta e vorremmo che le nostre strade fossero sempre libere!'
Salvo poi bloccare il traffico - risposi - per aprire lo spazio al passaggio di una qualche celebrità, che così può esibire la sua importanza, suscitando ammirazione o invidia, e niente altro. Ben diverso dal passaggio per le nostre strade di Gesù-Eucaristia, che davvero dà la percezione viva, per chi crede, di Dio che passa per le nostre strade e respira le nostre ansie.
E' una fotografia del nostro tempo che non meriterebbe alcuna attenzione se sotto non contenesse una tremenda verità: il popolo cristiano ha scordato o appannato il meraviglioso, sublime dono che Dio fa di Sé a ciascuno di noi, con il sacramento dell' Eucarestia, facendosi non solo Amico della nostra vita, ma accompagnandoci 'concretamente' in ogni nostro passo, se solo Lo accogliamo.
Dio poteva mai farci dono più grande del Dono di Sé, nell'Eucarestia?
Ogni volta che nella celebrazione della Santa Messa, noi sacerdoti, con l'autorità donataci, proclamiamo le parole della Consacrazione, realizziamo il più grande miracolo, che solo la mente di un Dio Amore poteva pensare: Dio che ci dona il Suo Corpo e il Suo Sangue come nutrimento. Difficile esprimere quello che si prova, almeno per noi sacerdoti, quando pronunciamo, come fossimo Lui stesso: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e bevete questo è il calice del mio sangue. Ogni volta farete questo, fatelo in memoria di Me".
Stupore, meraviglia, confusione, a volte viene spontanea la preghiera: "Signore. aumenta la mia fede!" tanto è grande il Mistero.
Sentimenti ed emozioni che proviamo anche quando doniamo Gesù-Eucarestia ai fedeli.
Ho visto sacerdoti, consci dell'immensità del dono, che al momento della Consacrazione elevavano al Cielo l'Ostia o il Calice, quasi fermandosi stupiti davanti a tale miracoloso Mistero, e fedeli, davvero santi, che al momento della Consacrazione o nel ricevere l'Eucarestia, assumevano un aspetto estatico, di una tale gioia da non poterla descrivere: credenti che vivono l'Eucarestia come momento di Paradiso, consapevoli che è immenso il Dono che Dio ci fa.
E vengono in mente le parole di Gesù: "Io sono il pane della vita. chi mangia di Me vivrà di Me". Una verità non sempre compresa, come avvenne il giorno in cui per la prima volta Gesù parlò dell'Eucarestia. Narra il Vangelo che tanta gente, non riuscendo a capire, forse credendola una follia, perse la fiducia in Gesù e se ne andò. Non lo seguirono più. Gesù provò una grande amarezza, al punto che disse ai Suoi: "Ve ne volete andare anche voi?".
Fu una manifestazione di fede e fiducia quella di Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna".
Come spiegare allora il comportamento di tanti fratelli e sorelle che vedono la Santa Messa come un 'obbligo' e la Santa Comunione come qualcosa 'di cui si può fare a meno"; non importante?
Basta constatare la frequenza molto bassa alla Messa festiva e che dire di quelli che considerano 'una esagerazione comunicarsi ogni giorno'?
Ho avuto la grazia di nascere in una famiglia in cui l'Eucarestia era il punto di forza; mamma, nonostante i tanti figli, la povertà, fin da giovane, ogni mattina, si recava a cibarsi dell'Eucarestia.
A volte con grande sacrificio, ma 'che senso avrebbe la mia vita, l'essere vostra mamma affermava spesso - se non avessi cura di nutrirmi di Gesù ogni giorno. Lui e solo Lui è la ragione della mia vita e il sostegno al mio amore per voi'. Morì a 99 anni, ma fino alla fine chiese di poter ricevere l'Eucarestia. Direi che è passata a Dio con Gesù nel cuore e in bocca.
Quanti fratelli ho conosciuto che non lasciavano passare un giorno senza Lui, il Pane della Vita, che li confermava nell'unico vero significato della vita, sostenendo li nel cammino, a volte davvero difficile, dell'esistenza.
Ricordiamo sempre il grande Dono che Gesù ci ha fatto nell'Ultima Cena, per rassicurare gli Apostoli - e noi - che Lui non ci abbandona mai, è 'con noi fìno alla fìne dei tempi' nell'Eucarestia. Racconta l'evangelista Marco:
"Gesù, mentre mangiavano, prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò, lo diede loro dicendo: 'Prendete questo è il mio corpo'. Poi prese il calice, rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti, e disse: 'Questo è il calice del mio sangue, della nuova alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vita fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio". (Mc. 14,22-26)
Tante volte mi chiedo la ragione della scarsa devozione all'Eucarestia. Nella notte del 1968, un terribile terremoto, a Santa Ninfa', nel Belice, distrusse tutto, compresa la Chiesa Madre. Guardavo all'altare rovinato e come sbriciolato sotto le macerie. Il mio pensiero era che fine avesse fatto il tabernacolo e la pisside, che conteneva Gesù, nelle Ostie consacrate. Con i miei confratelli, nonostante il pericolo, cercammo di individuare il luogo dove era sepolta la pisside. Facendoci coraggio, nel buio, con una torcia, passando sulle macerie, finalmente la trovammo. Era finita sotto una grande pietra. Con fatica ed attenzione riuscimmo ad estrarla. Era stata schiacciata dal peso ed estraendo le Ostie, notammo che anch'esse si erano come sbriciolate. Lo percepii come un messaggio di Gesù, che ci diceva che Lui non ci aveva lasciati soli, ma partecipava alla nostra sofferenza: incredibile Amore!
Quello stesso anno, il giorno della Solennità del Corpus Domini, nel 1968, Paolo VI affermava:
"Che cosa vuol dire il rito insolito e solenne che stiamo vivendo nella processione del Corpus Domini? Noi togliamo dal segreto silenzio dei nostri tabernacoli Dio, per dire anche ai fedeli credenti, che possono accedere al grande Sacramento dell'Eucarestia, di scuotere certa nostra abituale consuetudine davanti al fatto dell'Eucarestia. Misterioso fin che si vuole, ma reale, vicino, presente, urgente, per un nostro più cordiale incontro con quel Gesù che mediante questo sacramento si dona, diventa in noi vita nuova."
Per uno che veramente crede a questo immenso Amore, che vuole partecipare realmente alla nostra vita, l'Eucarestia è il grande fulcro della sua vita interiore.
Ma saremo ancora capaci, davanti a tanta indifferenza da cui siamo circondati, di abbattere il muro che ci tiene lontani dal Dono che Dio ci fa nell'Eucarestia?
Facciamo nostro il canto della Chiesa, oggi:
"Ecco il Pane degli Angeli, Pane dei pellegrini, vero Pane dei figli!
Non deve essere gettato. Buon Pastore, Pane vero, o Gesù, pietà di noi! Nutrici e difendici. Portaci ai beni eterni nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e puoi, che ci unisci sulla terra,
conduci i tuoi fratelli alla tavola del Cielo, nella gioia dei tuoi Santi".